Psicologia Clinica

Psicologia e migrazione

migrazione

“Perdido en el corazon, de la grande Babylon, me dicen el clandestino, por no llevar papel”.

“Perso nel cuore della grande Babilonia, mi chiamano clandestino perché non ho documenti”

(“Clandestino”, Manu Chao).

Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito parlare di migranti, rifugiati, extracomunitari? Quante volte queste parole sono state protagoniste di dibattiti politici, televisivi, giornalistici, ecc? Anche dal nostro stesso quotidiano familiare potremmo, forse, estrarre ricordi riferiti ad accesi dibattiti tra una portata e l’altra, durante lunghi pranzi domenicali. E forse, non abbiamo dimenticato quel piatto di tagliatelle andato un po’ storto… Magari non vi è accaduto, meglio così! Però, volendo generalizzare, si sa… Oggi giorno argomentare sul tema “dello straniero e della straniera” appassiona un po’ tutti.

Questo articolo si propone di analizzare il contributo attuale della psicologia nei contesti d’accoglienza, e dunque nell’incontro con migranti, rifugiati, richiedenti asilo. Ci interroghiamo su alcuni degli aspetti specifici di cui ha bisogno la relazione d’aiuto, instaurata con persone appartenenti a culture diametralmente opposte a quella occidentale.

Il difficile lavoro per l’integrazione

Il lavoro di psicologi e psicologhe è classicamente associato al valore del dialogo, complesso da attivare quando la verbalizzazione appare impossibile: la principale causa che si è soliti pensare, quando si tratta di migranti, è la non conoscenza della lingua del paese d’arrivo. In realtà, nel relazionarsi con cornici culturali molto diverse dalla propria, sarebbe importante non sottovalutare molti altri fattori, prime fra tutti le motivazioni che spingono ad allontanarsi dal proprio paese. Queste possono davvero essere molto diversificate, a seconda del contesto di provenienza e del bagaglio di vita portato con sé.

Inoltre, non possiamo pensare che emigrazione ed immigrazione siano protagoniste solo dell’epoca più recente. Tutt’altro: si parla di spostamenti di massa fin dalle origini della storia dell’uomo. Dunque, sarebbe sempre necessario contestualizzare il fenomeno e la specifica storia che ha alle spalle.

(Bauman, 2018)

Scegliere di allontanarsi dal proprio paese di origine può avere alla base un forte desiderio di vita migliore, può essere una decisione obbligata; chi migra è spesso protagonista di aspettative di interi nuclei familiari, che ripongono in lei/lui la speranza di vedere arrivare quel denaro che tanto li aiuterebbe. Si tratta, molto spesso, di veri e propri progetti motivati dal sogno del nuovo lavoro, che non di rado si scontra con dure realtà del paese d’arrivo. Tutti noi conosciamo il rischio di essere coinvolti/e in ambienti manipolatori, fatti di false promesse e criminalità (Beneduce, 2018). Si è parlato anche di “etnicizzazione del lavoro” (Taliani et al. 2006, p. 50), concetto riferito alla tendenza ad includere la stessa popolazione di extracomunitari nello svolgimento, perpetuo, del medesimo lavoro: ad esempio badanti e colf sono principalmente filippine, donne peruviane o provenienti dall’Est Europa. Si potrebbe anche parlare dei pericolosi circuiti di tratta di esseri umani o altri ambienti criminosi, di cui è un triste esempio la prevalenza di donne nigeriane, costrette alla prostituzione.

A tal proposito, suggerisco di dare uno sguardo al sito della Cooperativa Sociale “Ontheroad” (presente sul territorio tra Marche, Abruzzo e Molise), la quale, ormai da anni, vede tra i suoi impegni principali quello di combattere la tratta e lo sfruttamento di esseri umani. Qui un video riassuntivo di uno dei loro progetti: https://www.ontheroad.coop/risorse/campagne/video-racconto-sulla-tratta-delle-ragazze-nigeriane-in-italia/  

Tutto questo, avviene spesso dopo essere sopravvissuti a lunghi ed estenuanti viaggi, tra deserto e mar Mediterraneo. Si arriva in Italia, ma non sempre è questa la meta desiderata. Si fugge da guerre, torture e condizioni inimmaginabili. Come se non bastasse, il paese d’arrivo non è sempre in grado di accogliere, e rischia, anzi, di cadere in forme di pregiudizio e discriminazione. Una frammentazione di esperienze, potenzialmente causa di forti disorientamenti, e nei casi più gravi di perdita di contatto con la propria identità (Beneduce, 2018).

Il mondo della psicologia come si adatta ad un simile scenario?

Essendo questo un panorama intriso di particolari molto delicati, l’obiettivo sarebbe sempre quello di non cadere in stereotipi e generalizzazioni, aspirando invece all’incontro con la soggettività. Arrivare in un paese e veder cadere aspettative sognate da anni, genera profonda fragilità, disillusione ed ulteriore vulnerabilità. Riprendere in mano storie di vita con garbo e delicatezza, cercando di dargli un senso nuovo ed evitando di farsi guidare solo da strumenti diagnostici tradizionali, forse poco adatti a questi casi, potrebbe voler dire “fare integrazione” dal punto di vista di uno/a psicologo/a (Anagnostopoulos et al. 2017).

“Lavorare nei contesti migratori significa, in primo luogo, risvegliare e riattivare le soggettività, incontrare quindi la persona con i suoi bisogni, le sue necessità, le spinte che lo hanno portato scegliere di migrare; (…) il suo disagio, le sue crisi, i suoi traumi; ma anche le sue risorse, la sua forza, il suo coraggio (…).”

(Rogers, 2001, citato in Anagnostopoulos et al. 2017, p. 100).

Si evidenzia quanto sia fondamentale oggi, per la salute mentale, investire nella formazione di figure altamente specializzate. Approfondire le differenze culturali e collaborare in equipe tra psicologi, medici, psichiatri, mediatori, ecc. sono aspetti impossibili da trascurare quando si parla di accoglienza ed integrazione. Inoltre, per attivare progettualità concrete, sarà importante considerare vari elementi, quali: salute fisica e psicologica, istruzione e cultura, programmi di inserimento lavorativo e sociale, e molti altri (Beneduce, 2018; Anagnostopoulos et al. 2017).

Nonostante l’Italia abbia approvato già nel 1995 una legge (286/1998, artt. 34 e 35) che promuove politiche inclusive per la salute di tutti, esistono svariate complicazioni per la sua applicabilità ed organizzazioni regionali non omogenee (Dossier SPRAR Gennaio 2018, Ministero dell’Interno). C’è forse ancora molto da fare per cogliere profondamente cosa sia impegnarsi per l’integrazione. A questo proposito, le parole di Bauman (2018, p.3-4):

“I segnali si moltiplicano: gradualmente ma inesorabilmente la pubblica opinione, complici i mass media assetati di ascolti, inizia a stancarsi di provare compassione per la tragedia dei profughi. Bambini che annegano, la fretta di erigere muri, il filo spinato, i campi d’accoglienza gremiti, (…): questi abomini morali ormai non sono più una novità, e tanto meno <<fanno notizia>>. Purtroppo il destino dei traumi è di convertirsi nella tediosa routine della normalità (…)”.


Alcune considerazioni sul lavoro clinico con i migranti

Sarebbe molto difficile riassumere in un breve articolo tutte le implicazioni riguardanti il lavoro di psicologia e psicoterapia con gruppi di rifugiati o migranti. Pertanto, possiamo riflettere almeno su alcuni aspetti. Primo fra tutti quello culturale. L’assetto culturale di riferimento in ogni società influenza profondamente anche le modalità con cui si instaura il rapporto di cura tra psicologo e paziente. Una psicologia attenta ad ogni particolarità del vissuto migratorio dovrà abbracciare varie riflessioni, passando attraverso il necessario ripensamento dell’assetto diagnostico da utilizzare, l’analisi dell’impostazione tradizionale del setting, una riflessione sul concetto di trauma, ma anche molto altro.

Ripensare gli strumenti diagnostici

L’espressione “mito dell’occidente” (Comelli, 2015, p. 102) è stata utilizzata per identificare la tendenza a pensare come assolutistici gli strumenti utilizzati dalla tradizione clinica occidentale. Quest’ultima, nell’incontro con pazienti stranieri, ha dovuto riorientarsi rispetto all’utilizzo dei classici strumenti clinici, quali test o categorizzazioni dei manuali diagnostici.

Il processo di acculturazione col paese ospitante è qualcosa di molto lungo e complesso. Possedere un background culturale assai lontano dal mondo europeo è potenzialmente causa di notevoli difficoltà, che si uniscono a traumi da migrazione inenarrabili. Facendo un esempio concreto : potremmo considerare efficace l’utilizzo del test T.A.T. (Thematic Apperception Test, Murray 1943) con una donna algerina, ricoverata in un ospedale psichiatrico, priva di competenze linguistiche e culturali occidentali? Questa storia non è un’invenzione, ricorda il lavoro che Frantz Fanon ha raccontato in un articolo del 1956 (citato in Beneduce, 2018, p. 153-154).

Parliamo della storia di una paziente musulmana ad Algeri, all’epoca colonia francese. Le venne somministrato il T.A.T., test proiettivo di personalità, che è uno strumento pensato dalla clinica occidentale e utilizzato con pazienti della stessa cultura, con l’obiettivo di indagare bisogni, emozioni e caratteristiche di personalità. Si propongono tavole con immagini in sequenza, sulle quali il soggetto deve narrare una storia. Un esercizio che per la donna algerina apparve assolutamente inadatto, poiché il suo impegno si focalizzò essenzialmente sulla comprensione e sembrava di doverla valutare dal punto di vista lessicale. Era chiaro che i contenuti non potevano soddisfare gli obiettivi originari del test, poiché carichi di confusione e privi di logica (Taliani et al. 2006; Beneduce, 2018).

Il rapporto terapeutico non è immune dalle influenze culturali di psicologo/a e pazienti, e non può dirsi veritiero se non passa prima attraverso il tentativo di esplorare reciproche cornici culturali di riferimento.

“Il terapeuta è egli stesso un essere culturale”

(Marie Rose Moro, 2011, p.9)

Lavorare sul setting

Il “setting” è uno degli elementi cruciali dell’attività di psicologi/ghe e psicoterapeuti/e. Questo si compone di caratteristiche diverse che qualificano l’incontro con i pazienti, a seconda dell’orientamento del professionista. Può generalmente dirsi come uno “spazio”, definito dallo studio dello/a psicologo/a, dove l’incontro con i pazienti è tempisticamente limitato. Lavorare con soggetti migranti, tuttavia, comporta importanti ripensamenti (Anagnostopoulos et al. 2017).

Alla luce di questo, mi piacerebbe presentare una riflessione personale forse esemplificativa, dove riferimenti a fatti, cose e persone sono puramente casuali.

Mi chiedo: per un migrante proveniente da un piccolo villaggio del Malawi, magari da poco sbarcato a Lampedusa e giunto in qualsivoglia città italiana, come potrà risultare accogliente la proposta di essere ascoltato nell’arco di 50 minuti (tempo medio di svolgimento di un colloquio psicologico) e non di più? Come potrà sentirsi immediatamente a proprio agio se la richiesta sarà quella di sdraiarsi sul famoso lettino, associato all’immagine di Freud e della psicoanalisi? Ma non si tratta solo di lettino.

La letteratura bibliografica in questo ambito suggerisce di evitare il rimanere agganciati rigidamente allo spazio fisico con cui tradizionalmente si intende il setting di lavoro. Sarebbe opportuno quindi, abbracciare un atteggiamento più aperto e predisposto alla relazionalità con l’altro, strutturando il contesto lavorativo senza classiche schematizzazioni. Si propone quindi di costruire il rapporto terapeutico ovunque il migrante possa trovarsi: tra centri d’accoglienza, comunità, istituzioni territoriali, spazi collettivi, dando la possibilità di iniziare a generare un clima diverso e senza confini. Solo così, forse, si potrà parlare di professionalità predisposta alla variabilità culturale e al continuo processo di cambiamento che la migrazione ha in sé (Ibidem).

Il trauma


Osservando quest’immagine, proporrei di lasciarsi coinvolgere per alcuni minuti dalle sensazioni che essa riesce ad evocare.

L’esperienza migratoria viene inserita tra le principali situazioni emergenziali dove anche la psicologia dell’emergenza è protagonista (Ne abbiamo parlato in un nostro articolo).

Le storie di profughi, richiedenti asilo o migranti, di solito sono anche storie di torture, violenze fisiche e/o psicologiche, guerre, ecc. Possono essere legate all’aver assistito alla morte di compagni/e di viaggio, con conseguente sviluppo di sensi di colpa legati alla propria e non altrui sopravvivenza; da qui la domanda: “Perché io si?! Perché ce l’ho fatta e lui/lei no?!”. Tutte queste sono esperienze facilmente definibili come traumatiche.

Una conseguenza frequentemente riscontrata sarebbe lo sviluppo del Disturbo Post Traumatico da Stress, il quale include una variabilità di sintomi sempre derivanti da episodi di vita come quelli appena citati, ma anche catastrofi naturali, incidenti lavorativi, essere stati testimoni di pericolose vicende mortali per altri. L’intervento psicologico, in questi casi, si focalizza principalmente su due compiti: condurre allo sviluppo di un nuovo senso di fiducia verso il mondo e guidare verso la verbalizzazione emotiva ed affettiva, nascosta dietro l’esperienza traumatica. I ricordi legati a quello specifico evento, possono continuare ad esistere anche per molto tempo, causando paure costanti, flashback, sensazioni fisiche e pensieri non facili da gestire (Ibidem).

È necessario però, guardare anche un punto di vista diverso. Partendo dal presupposto che ogni vissuto migratorio è associabile allo sviluppo di un trauma, forse si rischia anche di ignorare tutto il bagaglio di risorse e di possibilità che ogni individuo possiede, che invece andrebbe stimolato per poter ripartire. Papadopoulos (2006, in Anagnostopoulos et al. 2017) a questo proposito, ha ampiamente sottolineato l’importanza, per i terapeuti, di non guardare il rifugiato o il migrante come soggetto unicamente traumatizzato: sarà necessario non perdere di vista né il dolore, né l’insieme di capacità che possono essere rielaborate. La storia di ogni individuo è inevitabilmente intrisa di elementi traumatici che, se non analizzati, anche alla luce di aspetti risolutivi, rischia di essere ulteriormente traumatizzata.

Bisognerà essere davvero motivati dalla voglia di mostrare nuove e possibili prospettive di vita, anche se si tratta di persone sopravvissute a naufragi, torture e poi magari anche vittime di sfruttamento lavorativo, discriminazioni ed episodi di razzismo.

La nostra società, purtroppo, è piena di testimonianze legate a “parole di troppo” che le persone regalano a uomini e donne arrivati da molto lontano e dei quali non conoscono nulla. Sostanzialmente, parole motivate solo dalla visione di un diverso colore della pelle, per dirla a grandi linee.

Un operatore attento e sensibile alle variabili culturali, non perderà di vista alcune considerazioni fondamentali per il lavoro coi migranti: la diversità non è solo culturale, ma anche di vita, e può anche essere considerata portatrice di un ampio margine di recupero. Nonostante gli intensi traumi, che arrivano ad essere verbalizzati anche dopo moltissimo tempo, non bisognerebbe mai lasciarsi trascinare solo dalla compassione. Ci si dovrà armare di molta pazienza… Ma forse, viene anche da pensare che il senso di gratitudine ed umanità regalato dall’ascolto di queste delicate realtà, alla fine ripagherà incredibilmente e profondamente.

Tengo nuovamente a sottolineare che l’obiettivo del presente articolo è quello di proporre soltanto alcune delle molteplici riflessioni legate al rapporto tra migrazione e psicologia. Esistono tanti altri campi d’indagine che potrebbero essere approfonditi. Trattare tematiche riferite all’interculturalità ci apre le porte di un mondo variegato e anche sorprendente, che non finiremmo mai di esplorare completamente.

“Algerino, Clandestino! Nigeriano, Clandestino! Boliviano, Clandestino! Mano Negra, Ilegal!”

“Algerino, clandestino! Nigeriano, clandestino! Boliviano, clandestino! Mano nera, illegale!”

(“Clandestino”, Manu Chao).

Greta Bonfigli

Per approfondimenti

Bibliografia

  • Bauman Z. (2018). Stranieri alle porte, Editori Laterza, Bari-Roma.
  • Beneduce R. (2018). Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo, Franco Angeli, Milano.
  • Anagnostopoulos E., Barbuto F., Cabras V., Ginnetti G. (2017). Psicologia per Migranti. Accoglienza e sostegno per rifugiati, profughi e richiedenti asilo, dall’emergenza all’integrazione, Sovera Edizioni,Roma.
  • Taliani S., Vacchiano F. (2006). Altri Corpi, Unicopli, Milano.
  • Comelli F. (2015). I disturbi psichici nella globalizzazione, Franco Angeli Psicoterapie, Milano.
  • Moro M. R. (2011). Per una clinica transculturale con i migranti e i loro figli in Europa e nel mondo. Funzione Gamma, 25, 1-21.
  • Dossier SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, 2018). Tutela della salute dei migranti. ANCI e Ministero dell’Interno.

Sitografia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *