Psicologia Clinica

Emergenza e psicologia

“Le menti degli uomini, che con possente travaglio generano grandi imprese, spesso anche nei sogni agiscono e operano: i re espugnano, cadono prigionieri, si gettano nella battaglia, cacciano grida come se qualcuno li sgozzasse. Molti lottano fino allo stremo e per dolore mandano gemiti, riempiendo di urla la stanza”

(Lucrezio, De rerum natura, IV)

Cos’è la psicologia dell’emergenza?

Definiamo “emergenza” una situazione di pericolo e/o forte stress in cui vengono a mancare i presupposti per ripristinare nell’immediato lo stato di normalità (Saakvitne et al., 2000).

La psicologia dell’emergenza si occupa “dell’applicazione delle conoscenze psicologiche in situazioni critiche fortemente stressanti, che mettono a repentaglio le routine quotidiane e le ordinarie capacità di coping degli individui e delle comunità di fronte ad avversità di ampio magnitudo, improvvise e urgenti” (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, 2014)

Gli psicologi dell’emergenza si prendono cura delle persone che hanno attraversato o stanno attraversando eventi critici.

Questi professionisti si occupano sia delle vittime primarie (coloro che vivono o hanno vissuto in prima persona l’evento critico) sia dei testimoni (vittime secondarie). Anche i soccorritori necessitano di interventi di prevenzione infatti, essendo esposti in maniera prolungata agli eventi traumatici, risultano tanto coinvolti nell’evento quanto le vittime stesse (vittime terziarie).

L’intervento è rivolto non solo alle situazioni di emergenza sociale (pandemie, guerre, catastrofi naturali come terremoti e inondazioni, attentati terroristici) ma anche in situazioni individuali come la violenza domestica, incidenti stradali e malattie pericolose.

Lo stress

Abbiamo detto che la psicologia dell’emergenza interviene in situazioni fortemente stressanti, ma cos’è lo stress?

Lo stress è definibile come la percezione che le richieste ambientali vadano oltre le risorse che l’individuo è in grado di mobilitare per fronteggiarle. (Folkman, Lazarus, 1984). In poche parole lo stress deriva dalla sensazione di non farcela a gestire la situazione.

Uno stimolo ambientale che distrugge l’equilibrio è definito “stressor“. Uno stressor non è solamente una catastrofe, come ad esempio la pandemia che stiamo vivendo, ma può essere anche un esame difficile, una gravidanza o addirittura qualcosa di semplicemente immaginato (e chi soffre di disturbi d’ansia anticipatoria ne sa qualcosa!).

Quando una situazione stressante altera l’equilibrio che ci eravamo costruiti il nostro organismo reagisce con pensieri, emozioni e comportamenti che ci aiutano a ritrovare la stabilità. Il nostro organismo tenta di difendersi attivandosi totalmente.

Lo stress quotidiano riusciamo a gestirlo grazie alle risorse sociali e personali che ognuno di noi possiede (amici con cui confrontarsi, pensare positivamente, cercare di individuare le cause del problema e così via…). In tutto ciò ci danno una mano anche le strategie di coping ovvero l’insieme delle “strategie di adattamento” che l’individuo è in grado di mettere in atto.

Lo stress da quotidiano può diventare patologico quando l’individuo non è più in grado di adattarsi alla situazione, come può succedere di fronte ad una pandemia.

È difficile segnare un confine tra il semplice evento stressante e lo stress traumatico, questo dipenderà da tantissimi fattori personali.

Dall’evento critico al trauma

Un evento genera un trauma psicologico quando l’individuo percepisce di essere in pericolo di vita; questo determina uno squilibrio così forte da mettere in difficoltà le capacità integrative della persona.

I traumi possono essere episodi singoli, continuativi o cumulativi. Possono implicare o meno intenzionalità da parte di altri esseri umani, possono essere diretti o indiretti o addirittura tramandati di generazione in generazione (Van der Kolk, 2016).

Il trauma non è riconducibile all’evento in sé, quanto piuttosto all’individuo: un evento può essere traumatico o meno in base alle caratteristiche individuali della persona e della società in cui vive. In poche parole per qualcuno può risultare traumatico un evento che per qualcun altro non lo è, questo è il motivo per cui alcuni vivono in maniera abbastanza serena la reclusione causata dal Covid-19 mentre altri si sentono sopraffatti.

I valori culturali non sono da sottovalutare nelle situazioni critiche, infatti possono influenzare la traumaticità attribuita all’evento. Se l’individuo è ben integrato e si identifica nei valori condivisi allora è più probabile che sarà accolto e supportato da una rete di aiuti emotivi e pratici.

Gli effetti del trauma

Lo stress post-traumatico è la reazione normale ad un evento anormale

La risposta immediata ad un evento traumatico coinvolge tutto l’individuo, sia a livello emotivo che comportamentale che psicologico, tuttavia anche a distanza di moltissimo tempo alcune persone possono continuare a soffrirne: per loro il passato è ancora presente. Questa costante iperattivazione emotiva e corporea potrebbe condurre alcune persone allo sviluppo di sintomatologie tra le quali il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).

I sintomi più comuni di questo disturbo sono stati classificati dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) in:

  • Sintomi di risperimentazione (flashback accompagnati da tachicardia o sudorazione, incubi con intensa paura, associazione di stimoli…)
  • Sintomi di evitamento (tentativi di sopprimere pensieri e ricordi spiacevoli anche abusando di alcol e sostanze stupefacenti, oppure tentando di evitare tutte le situazioni che possano ricordare quanto vissuto)
  • Sintomi di alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni (sviluppo di convinzioni o aspettative negative: “me lo merito perché sono cattiva- non ci si può fidare di nessuno- il mondo è un posto pericoloso”)
  • Sintomi di iperattivazione (essere costantemente agitati, ipersensibili ai potenziali segnali di pericolo, risposte esplosive e rabbiose anche in assenza di provocazione). (American Psychiatric Association, 2013).

La resilienza

Di fronte ad un evento traumatico fortunatamente non siamo semplicemente in balia del caos e degli aspetti negativi, infatti ognuno di noi, come precedentemente detto, possiede innumerevoli risorse personali e sociali che possono diminuire l’impatto traumatico e permetterci di adattarci alla situazione.

La resilienza è la capacità di adattarsi con successo all’evento potenzialmente distruttivo per la vita, le funzioni o lo sviluppo di un sistema

(Wright & Masten, 2005)

La resilienza è favorita dal possedere numerosi fattori protettivi, ossia quegli elementi che aiutano a resistere e affrontare la situazione traumatica.

I fattori protettivi sono ad esempio la salute mentale e fisica, il possedere relazioni significative, il supporto familiare, aver vissuto esperienze positive, l’autostima, l’alfabetizzazione. Al contrario l’avere molti fattori di rischio aumenta le possibilità di sviluppare problemi dovuti al trauma (come ad esempio la precedente esposizione a traumi, l’esser stati trascurati in tenera età, la povertà…). L’intervento di fattori protettivi è evidente in studi condotti dopo la la Seconda Guerra Mondiale: i bambini che avevano assistito a bombardamenti ed altri orrori mostravano pochi segni di shock traumatico se di questi si era presa cura una figura genitoriale (o comunque ad un valido sostituito); i bambini che, esposti ai medesimi avvenimenti, li avevano affrontati da soli mostravano, al contrario, molti gravi segni legati al trauma (Masten, 2014).

Gli interventi

Nelle diverse fasi lo psicologo dell’emergenza partecipa sia all’organizzazione dei soccorsi che all’intervento sul campo, collaborando alle attività promosse da una équipe multidisciplinare. Si occupa non solo della gestione dell’intervento di primo soccorso ma anche dei bisogni psicologici sul lungo termine. Soprattutto in casi di disastri naturali e attentati terroristici, infatti, durante i primi giorni di fase acuta la necessità immediata richiede un intervento per le problematiche strettamente fisiche di cui anche lo psicologo si fa carico.

Gli interventi in fase acuta e sul lungo periodo possono essere rivolti sia alla comunità, con interventi volti a promuovere i legami, che ai singoli individui. Sono rivolti sia alle vittime e ai loro familiari che ai soccorritori.

Interventi in fase acuta: La fase acuta non è il momento giusto per approfondire il trauma, i bisogni sono concreti ed è fondamentale fornire cure fisiche immediate, supporto e indicazioni che aiutino a mantenere o ristabilire un contatto con la realtà. Le vittime vanno rassicurate e confortate, successivamente è fondamentale il facilitare il ricongiungimento con i membri familiari e con gli altri soccorritori (NCTSN, 2006).

Alcune tecniche utilizzate in questa fase mirano a supportare e contenere lo stato emotivo e la sintomatologia. Danno spazio, inoltre, alla necessità di parlare informalmente di ciò che è accaduto e si è provato, indagando pensieri e stati d’animo.

Interventi sul lungo periodo:

  • Tecniche cognitive- comportamentali (ad esempio per eliminare i sintomi ansiosi e di evitamento dovuti al trauma)
  • Tecniche Narrative (mirano a ripristinare l’equilibrio tra la parte emotiva e quella razionale attraverso la narrazione, separando pensieri, fatti ed emozioni)
  • Gruppi di lavoro
  • Psicoterapia

Benedetta Ciabattoni

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5a Ed.): DSM-5. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.

Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi. Area di pratica professionale Psicologia dell’emergenza. Classificazione EUROPSY – Clinical and Health Psychology. (pp. 1–11). (2014).

Folkman, S., & Lazarus, R. S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York: Springer Publishing Company.

Masten, A. S. (2014). Global Perspectives on Resilience in Children and Youth. Child Development, 85(1), 6–20. https://doi.org/10.1111/cdev.12205

NCTSN. (2006). Psychological first aid (PFA) Field Operations Guide 2nd Edition. National Child Traumatic Stress Network, PTSD, National Center for PTSD.

Saakvitne, K. W., Gamble, S., Pearlman, L. A., & Lev, B. T. (2000). Risking connection: A training curriculum for working with survivors of childhood abuse.

Van der Kolk, B. (2016). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Psicologia & Giustizia, 17(1).

Weiten, W., Dunn, D. S., & Hammer, E. Y. (2014). Psychology applied to modern life: Adjustment in the 21st century. Cengage Learning.

Wright, M. O., & Masten, A. S. (2005). Resilience processes in development. In Handbook of resilience in children (pp. 17–37). Springer.

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