DivulgazioneEmozioni da Covid

Emozioni da Covid

emozioni da covid
Tempo di lettura 11 minuti

Per condividere cosa ha significato, per non sottovalutare la parte emotiva del periodo che stiamo ancora vivendo.

“Come ti sei sentit* quando hai saputo di essere positiv*?”

“Cosa hai provato quando è cominciato il lockdown?”

“Quali emozioni e stati d’animo descriveresti per raccontare gli ultimi tempi?”

“Come ti senti rispetto a tutto questo periodo, dal tuo lavoro, alle tue relazioni?”

Illustrazione di Natalia Lopes. https://unsplash.com/photos/fmhZecom1b8

Sono queste alcune tipologie di domande che abbiamo posto a conoscenti, amiche e amici, familiari, ecc… per costruire la nostra rubrica “Emozioni da Covid”: una raccolta di pensieri, stati d’animo, sensazioni e, appunto, emozioni, che abbiamo voluto proporre e condividere. Con ciò, proviamo ad offrire un contenuto che parla di realtà, di quotidianità e di aspetti che faticosamente vengono trattati, ma che è bene non sottovalutare o sminuire: le nostre emozioni rappresentano il cuore di ciò che siamo.

Le persone coinvolte si sono messe a nostra disposizione descrivendo, con poche o molte parole, la verità del loro isolamento. Il periodo del Coronavirus, di questo maledetto e difficile virus, non verrà facilmente dimenticato. Nessun* avrebbe mai potuto immaginarlo, nessun* avrebbe mai potuto avvisarci per tempo… Provate a pensare alla vostra reazione, qualche mese fa, se qualcun* vi avesse detto che avremmo dovuto fare i conti quotidianamente con una parola come “pandemia” o con oggetti come mascherine e sanificatori! Follia.

Condividiamo quindi parole importanti di un anno particolarmente duro, parole di certo non semplici da riconoscere, perché profondamente connesse alla parte più vulnerabile di ognun* di noi. Paura, rabbia, ansia, angoscia, dolore… Ma anche forza, coraggio, resilienza… Rappresentano il cuore dei contributi raccolti.

Qui di seguito troverete proprio quanto detto da persone risultate positive al virus, adolescenti, anzian*, insegnanti, sanitari e sanitarie, e molt* altr*.

Buona lettura, buona condivisione.

Indice

Persone risultate positive al virus
Adolescenti e giovani dai 12 ai 20 anni
Sanitari e Sanitarie, persone che lavorano negli ospedali
Anziani ed Anziane

Persone risultate positive al virus

  • Sapere di essere positiva mi ha fatto sentire impotente, angosciata e molto preoccupata per le persone che avevo intorno. Ti cade il mondo addosso soprattutto perché non sai come possa evolvere il virus… (G.N. 26 anni)
  • Tranquilla di poterlo affrontare, ma preoccupata di aver potuto contagiare chi non ne era in grado…sia fisicamente che mentalmente. Sempre più convinta che il modo di prevenire ci sia. (T.P. 30 anni)
  • Quando ho saputo di essere positiva, mi è crollato il mondo addosso e sono immediatamente stata risucchiata in un turbinio di ansia, paura e un grandissimo senso di colpa. La mia mente era paralizzata e riuscivo a pensare solo alle brutte cose che sarebbero potuto succedere. (V.O. 28 anni)
  • Ho due punti di vista diversi sull’isolamento… Uno prima e uno durante. Prima di vivere con un positivo a casa, prevaleva un senso di paura e impotenza legato al non poter controllare la situazione, in cui i pensieri negativi in prospettiva prendevano il sopravvento sulla realtà, causando immobilità e demotivazione. Nel momento in cui è arrivata la notizia della positività di mia sorella, la mia mente ha scacciato quelle paure e si è messa in moto per capire come affrontare il momento in maniera lucida e consapevole. In un certo senso poter organizzare e gestire la situazione mi tranquillizzava molto, anche se ogni tanto si ripresentavano gli stessi schemi di ansie del prima della quarantena.  (E.O. 30 anni)
  • Appena ho saputo di essere positiva, sono caduta dalle nuvole, perché credevo di essere stata super attenta in ogni mio spostamento… Ma evidentemente non è stato cosi… L’amuchina, i guanti e le doppie mascherine non sono state sufficienti… il primo sentimento che ho provato è stato un misto tra sconforto e preoccupazione, soprattutto quest’ultima per tutte le persone e bambini che avevo già incontrato senza sapere di essere una mina vagante. (F.M. 27 anni)
  • Quando ho scoperto la positività di mia sorella in realtà non ho provato niente. Ero come impassibile, indifferente. Durante il mio isolamento ho iniziato ad accusare invece, forse non mi rendevo bene conto. Non avevo paura ma mi sono sentita soffocare… Il dover essere super vigili anche in casa propria e con la propria famiglia, dover disinfettare ogni cosa dopo averla toccata, portare le mascherine per tutto il giorno e non potersi godere una serata tutti insieme sul divano appiccicati a guardare la TV, organizzarsi per non mangiare allo stesso tavolo, il dubbio di aver disinfettato quella cosa che stava usando tua madre o tuo padre, l’attesa del tampone, il tampone, i pensieri, quelli tanti, la fatica ad addormentarsi. (M.O. 27 anni)

Adolescenti tra i 12 e i 20 anni

  • Il periodo di isolamento nazionale per me è stato sicuramente ostico, soprattutto per le relazioni con familiari, amici e fidanzata, visto che non c’era la possibilità di vedere queste persone… Quando ho saputo di ciò non mi sono preoccupato, anche perché pensavo che fosse una cosa temporanea e la vedevo più come una piccola “pausa”. La quarantena mi ha aiutato a stare più con me stesso e dedicare del tempo ai miei familiari. Ho visto diversi film, finito parecchie serie e anche parecchi giochi che mi ero lasciato indietro… Tutte cose che mi hanno arricchito culturalmente. Nonostante questo, penso che l’isolamento sia stato una sorta di “punto fermo” nella mia vita, dove tutto si è fermato, e i pensieri negativi hanno prevalso di molto su quelli positivi, tralasciando i vari “andrà tutto bene” che mi sono parsi sempre molto approssimativi. (M.B. 17 anni)
  • Appena ho saputo della quarantena, ero sicura fosse la cosa giusta e quindi lo accettavo… Ma dopo un mese è arrivata la nostalgia di tutto… (L.S. 14 anni)
  • Quando ho saputo che dovevamo rimanere tutti chiusi in casa, ho pensato che sarebbe stata una cosa difficile da affrontare… Ma che sarebbe servita per il mio futuro e quello degli altri. (G.M. 14 anni)
  • L’ isolamento è stato difficile per tutti, io dopo un po’ mi ero abituata, ma devo dire che alla fine di quel periodo era come se stessi impazzendo… Non ne potevo più di vedere solo e soltanto casa mia. (R.F. 14 anni)
  • Quando sono dovuto stare un isolamento all’inizio ero contento solo perché non dovevo andare a scuola, mentre ero triste perché non potevo rivedere i miei amici e parenti per un po’ di tempo. Ma pensavo: “vabbè dai tanto passerà presto.” Più però il tempo passava più avevo nostalgia dei miei amici, dei nonni, degli zii, dei cugini… Le emozioni che provavo erano all’inizio felicità per la pausa dalla scuola, ma più si andava avanti più provavo nostalgia e tristezza. Speriamo che presto riusciremo a riabbracciarci ed a recuperare tutti quei bei momenti di solito provati: feste, giochi, cucù, il piatto ribaltato, tombola ma soprattutto le cene insieme da nonna. (L.B. 12 anni)
  • Quando ho saputo della quarantena inizialmente ero felice di non dover andare a scuola. Poi però dopo qualche giorno si è fatta strada la consapevolezza di dover rinunciare a vedere i propri cari per tanto tempo, ma soprattutto la realizzazione che non avrei potuto finire la scuola e fare la maturità come tutti avevano fatto negli anni passati, dentro la scuola, con i professori e con i compagni di 5 anni lunghi, difficili, ma probabilmente gli anni più belli della mia vita. Oltre a questo, la quarantena mi ha tolto anche la possibilità di continuare a giocare a basket, la mia più grande passione. Non mi ha permesso di finire l’ultima stagione sportiva con la mia squadra, visto che poi mi sono trasferito per l’università. Queste sono state le cose più importanti che la quarantena mi ha tolto… E il solo pensiero mi rendeva le giornate più tristi e vuote di quanto già lo fossero. (D.S. 19 anni)
  • Fortunatamente parlando, ho affrontato in modo positivo il periodo d’isolamento. Mi ha concesso di prendere una pausa per pensare di più a me stessa, nonostante la presenza di vari problemi nella mia normale vita di studente. Ho abbandonato molti progetti e preparati di nuovi, sempre pronta a ricominciare una volta finito l’isolamento. L’allontanamento da amici e conoscenti, per mia fortuna, si è rivelato uno “stimolo” gratificante, cosicché da ricamarmi un piccolo spazio alla cura di passioni e propositi per il futuro. (G.T. 15 anni)
  • All’inizio pensavo che la cosa si sarebbe risolta in poco tempo e sono andato avanti con questa speranza per un po’… Quando ho capito che sarebbe durata parecchio, ho provato grande delusione e ho perso la voglia di fare le cose. Penso che tutto ciò che sta succedendo avrà delle gravi conseguenze a livello sociale. (D.B. 20 anni)
  • Quali sensazioni ho provato quando ho saputo di stare in isolamento? Spero di non essere stata l’unica, ma c’era una parte di me che era incuriosita, quasi sollevata da questa notizia. C’era ovviamente la paura e la tristezza nel non vedere persone a me care, il mio ragazzo, i miei amici.. tuttavia era come se il mondo mi stesse dando un occasione per prendermi tempo per me stessa, infatti, come penso sia stato per tutti, ho avuto un grande cambiamento da prima a dopo la quarantena. Perciò se dovessi esprimermi direi di aver provato, si paura e tristezza, ma anche una sorta di speranza, Ho trovato comunque una piccola parte di positività in tutto quel male. Ad oggi sinceramente direi che un altro po’ di tempo in quarantena per poter concentrarmi su me stessa, lo accetterei volentieri. (M.D.G. 16 anni)

Sanitari e sanitarie, persone impegnate negli ospedali

  • La prima emozione provata appena avuta la notizia “dovrai prestare servizio emergenza in reparto covid perché la situazione è molto grave” è stata: l’ansia, l’ansia di non poter esserne all’altezza, la paura dell’ignoto. A seguire appena messo piede in quel reparto, dopo aver imparato la vestizione/svestizione ed essermi bardata anch’io come i miei colleghi nascosta sotto tutte quelle divise e dispositivi, ho avvertito un senso di forza e di missione inspiegabile. È da lì che si è messa in moto una forza dentro che mi ha permesso di affrontare quelle tragedie e disperazioni (tra una desaturazione drastica, una fame d’aria ed un decesso), che sopravvivere a tutto quel tempo così surreale, diventava l’unico obiettivo. E l’ultimo giorno, dopo aver chiuso quella porta con scritto “zero posti letto covid”, ho pianto di gioia. (B.D. 26 anni)
  • Solitudine, solitudine quella dei pazienti che li hai visti andarsene soli, senza un conforto, senza una mano amica che li sfiorasse nell’ultimo minuto di vita e solitudine quella nel cuore quando ti sentivi impotente di fronte a tutto questo. (V.I. 27 anni)
  • Paura perché ancora non si sapeva niente, non siamo state formate, non c’erano informazioni certe. Ho lavorato al reparto covid da marzo a maggio 2020, poi mi hanno diagnosticato un cancro e non sono più andata a lavoro. Il covid sembrava un mostro invisibile che poteva colpire da un momento all’altro e quando non sai con cosa stai avendo a che fare hai ancora più paura. Solo dopo qualche settimana abbiamo avuto a disposizione più informazioni, piano piano mi sono abituata ed è diventato un lavoro. All’inizio io e le colleghe avevamo paura di respirare in reparto. (D.B. 49 anni)
  • Fondamentalmente tanta paura per i pazienti per i colleghi e paura che potessi ammalarmi, era qualcosa che non conoscevo. Adesso ho ancora paura anche se sono più consapevole dei metodi per proteggermi e proteggere le altre persone. Non siamo state informate abbastanza, i vertici del ministero, dell’ospedale non ci davano informazioni, non siamo state rassicurate, non avevamo abbastanza strumenti per proteggerci e per lavorare bene. (A.V. 44 anni)

  • 5- M’è preso un colpo, andavo a lavorare piangendo. Non sapevamo niente, avevo paura non sapevamo come comportarci, come vestirci, se potevamo stare tranquilli in famiglia. Era una situazione nuova e non sapevamo come comportarci. Adesso mi sento più sicura a lavorare nel reparto covid, però… è stressante, sono molto stanca. (A.M. 48 anni)
  • E’ difficile rendersi davvero conto di quello che abbiamo passato e di come siamo stati trattati. È meglio non pensarci. Presi e buttati in reparto Covid, senza dispositivi di sicurezza, niente formazione, non sapevamo niente. All’inizio non avevamo le mascherine e quindi rompevamo le cuffie chirurgiche o i copriscarpe per usarli come mascherine. Il mio compagno mi portava le mascherine, i guanti e i camici che gli davano a lavoro (lavora per un’azienda farmaceutica) e li davo alle altre colleghe. È stato orribile. Adesso per fortuna sappiamo di più, abbiamo i dispositivi e lavoriamo un pò meglio. (M.M. 57 anni)
  • Ho scelto di diventare medico per riuscire a dare un aiuto al prossimo in maniera significativa, ma mai avrei potuto immaginare di laurearmi a marzo 2020, all’inizio di una pandemia che sono sicura che ha segnato tutte le nostre vite per sempre. Appena mi si è presentata l’occasione di poter rendermi utile in prima linea mi sono fatta avanti senza pensarci due volte, ma la realtà è andata ben oltre le mie aspettative. Il primo giorno ho dovuto combattere contro la mia claustrofobia che, seppur lieve, ha messo a dura prova la fermezza delle mie intenzioni: quando indossi quella tuta, piena di scotch dalla testa ai piedi, che evita all’aria sia di entrare che di uscire e assisti pazienti con quelle maschere, che coprono le loro facce e sono l’unico mezzo con cui riescono a saziare la loro fame d’aria, sembra che il fiato manchi a te quanto loro. Ma poi ci si fa l’abitudine, quello a cui non ci si abitua è quando visiti un paziente che apparentemente non sta troppo malconcio, ti parla, ti chiede quanto tempo ci vorrà ad uscire da lì perché a casa lo aspettano, poi vedi la tac del torace ed è tutta bianca e ti chiedi come possa ancora respirare o parlare e la risposta ti arriva inesorabilmente non troppi giorni dopo: non ce la fa. E lo vedi annaspare nei giorni successivi fino a che non riesce neppure a restare più sveglio, è debole e confuso e alla fine se ne va, con la famiglia che lo aspettava a casa perché “quando è entrato non stava poi così male”. Non tutti per fortuna non ce la fanno ma non bastano 10 pazienti guariti per cancellare dalla tua testa il pianto straziante di quella figlia che ha perso il padre o di quel nipote che ha perso la sua nonna. (F.V. 27 anni)

Anziani ed anziane

  • Eh niente, ho pensato subito che non sarei potuta stare con i miei nipoti… Che è la cosa più grande. Ho pensato a tutti gli anziani che stanno soli… Che sono le persone più a rischio… E niente ho detto “speriamo che passa subito…se no qua è la fine!! Ecco!” (L.B. 78 anni)
  • Mi sono sentito come un “papò” (dialetto), che significa che stavo dentro casa e non facevo niente! Io mi sono sentito un po’ preoccupato, preoccupato perché si parlava di stare spesso dentro casa e purtroppo quando si fa una quarantena non puoi uscire, oppure ti devi portare la mascherina, ecc… E’ stato un dramma proprio, perché non uscivi, non c’avevo da scambiare una parola con qualcuno… è un mortorio, un mortorio… E poi ancora continua, si allunga e non si sa quando finisce… Quello è importante, che mette paura. Purtroppo ci sono delle persone che non riescono a fare, diciamo quello che devono fare… Eh, vanno fuori, non hanno la mascherina, vanno a fare i balli, vanno a fare tutte ste cose, quindi non andiamo avanti così… E ci sta veramente da non scherzare. (A.B. 84 anni)
  • Eh come mi sono sentita… Non m è piaciuto!!! Capito? Le cose non andavano bene… Non sono potuta mai venire a casa tua (riferito alla nipote), tua mamma mi è dovuta rimanere lontana… Non potevo nemmeno uscire fuori da sola, capito? Eh… Non sono mai potuta venire a casa vostra… Per uscire a buttare l’umido o l’immondizia ti devi mettere la mascherina, non stai libera… Prima facevo quel giretto, passavo di là o passavo di qua e poi tornavo a casa… Adesso nemmeno quello posso fare. Oggi volevo uscire, poi mi sono detta “lasciamo perdere va… Che a quando mi preparo…” (D.D.P. 90 anni)
  • “Eh beh… Niente! Tanto io stavo dentro casa come sempre pure prima… Non mi è cambiato niente, non ho pensato nemmeno tanto alla paura sinceramente!” (V.D.A. 79 anni)
  • “Eh… Prima andavo al mercato tutti i giovedì, mi manca il mercato. Alla messa ci andavo tutte le domeniche, sempre!!! Ho avuto un po’ paura, ma noi non siamo usciti mai… Insomma, dopo invece questi (nipoti che vivono con loro) vanno sempre in giro perché lavorano, ci devono andare sempre… Devono uscire per forza… Ma io in un anno sarò uscita 10 volte a dire tanto, due volte sono andata a farmi i capelli!!!” (F.G. 78 anni)
  • “Personalmente la pandemia non mi ha coinvolto troppo, fortunatamente ho sempre avuto mia figlia che poteva venirmi a trovare e a farmi la spesa. Generalmente esco poco però ogni mattina appena sveglia mi preparavo come se dovessi uscire, con collane, make-up e bei vestiti. In fondo ci si deve sentire bene prima con se stessi, io un tetto caldo dove stare lo avevo. Data la mia età, ho ricordato la seconda guerra mondiale a Napoli, quella è stata una vera tragedia per me. Non ho mai avuto paura de Covid e della solitudine, ma ora non vedo l’ora di farmi il vaccino che ho già prenotato. Credo fermamente nella ricerca e nella medicina!” (M.C. 87 anni)
  • “Io c’ho quasi 92 anni, ne ho passate tante: la guerra, la fame, ma questa volta proprio mi ha messa k.o., è una cosa tremenda! Non lo so… A me la gioventù fa pena. Che racconterà? Che si mette a fare? È brutto così, dentro casa. La gioventù tienila un po’ dentro casa! A me piaceva tanto ballare, fare Carnevale e andavo a ballare e andavo a fa’ la passeggiata co’ le amiche…questa è una cosa bruttissima!” (I.M. 92 anni)
  • “Eh… Che ti devo dire, questo di adesso è peggio della guerra! Almeno in guerra ti potevi nascondere, qui non puoi andare da nessuna parte…” (E.S. 91 anni)
  • “Io ti posso dire che mi ricorderò per sempre delle infermiere e degli infermieri, giovani… Che stavano sempre vicino a noi… Quando ero ricoverato, durante quelle giornate in cui sentivo anche lamentarsi e soffrire le persone vicino a me, non solo anziani… Anche un ragazzo di 30 anni c’era… Gli infermieri e le infermiere ci stavano vicino, ci davano tanto coraggio sedute vicino a noi…” (P.M. 86 anni)
  • “Mi sono sentita normale, non mi rendevo ancora conto. Poi le cose sono peggiorate ed è arrivata la paura. Secondo me gli anziani non è vero che sono i più deboli, sono i più forti!!” (O.P. 93 anni)

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