Psicologia della prevenzioneViolenza nelle relazioni

Uscire dalla violenza: L’esperienza dei centri per uomini che agiscono violenza.

uomini maltrattanti
Tempo di lettura 6 minuti

La scelta del cambiamento personale e collettivo per abbandonare il patriarcato

Spesso parlando di violenza sulle donne ci si concentra esclusivamente sulle vittime, su come prevenire, identificare o uscire da situazioni o relazioni violente. In questo modo sembra che la responsabilità della violenza ricada esclusivamente sulla vittima, ma chi è il vero responsabile? Mettersi in una situazione sicura è di fondamentale importanza per il percorso della donna, ma cosa succederà dopo all’abusante? C’è margine di cambiamento o rimarrà per sempre una persona violenta in attesa della prossima vittima?

Parlando di violenza nelle relazioni facciamo riferimento a diverse tipologie di violenza che possono essere presenti tra partner, in particolare la violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica (se ti interessa approfondire abbiamo scritto un articolo in precedenza).

Il conflitto fa parte di ogni relazione, compresa quelle di coppia, e non ha in sé niente di sbagliato o di pericoloso. Quello che può essere inadeguato è il modo in cui lo si affronta.

A volte durante un conflitto ci si può sentire feriti, confusi, spaventati, arrabbiati e presi da tutte queste emozioni si può arrivare a scegliere di reagire con comportamenti violenti, con conseguenze negative anche su eventuali figlз presenti, sia quando sono i diretti interessati della violenza fisica/psicologica, sia quando la vedono esercitare sull’altro genitore. Quando si affronta una situazione con la violenza, il conflitto si trasforma in dominio e sopraffazione, con conseguente paura in chi subisce questi comportamenti.

Chi agisce violenza?

stop violenza
stop violenza

Usare la violenza per “risolvere” un conflitto è una modalità che può derivare da esperienze molto diverse. Può dipendere dall’aver sperimentato violenza sulla propria pelle durante l’infanzia attraverso maltrattamenti fisici e/o psicologici, abusi o in maniera indiretta avendo assistito ad episodi violenti (per approfondire vedi l’articolo “Violenza assistita: quando la violenza è vista dagli occhi del bambino” ). Esperienze che possono portare alla convinzione che nelle relazioni o si è vittime o si è dominatori, e che per avere e mantenere il potere e il controllo si può ricorrere alla violenza.

Di grande importanza è la cornice entro cui si sviluppano e consolidano certi meccanismi nelle relazioni tra uomini e donne. Viviamo infatti in una società intrisa di stereotipi che, volenti o nolenti, ci plasmano. Cresciamo circondati da valori e concetti di mascolinità sostenuti dall’idea che l’uomo sia detentore di diritti solo per il fatto di appartenere alla categoria maschile. In questo contesto rischia di considerarsi lecito, allora, reagire con violenza proprio quando questa posizione viene messa in discussione. Ecco allora che sentiamo frasi come “ha avuto un raptus”, “gli si è chiusa la vena” o “non riesce a gestire la rabbia”. Frasi che fanno pensare all’inconsapevolezza con cui viene agita la violenza e alla perdita di controllo della situazione, come se la persona in questione non avesse la completa responsabilità del gesto.

Non si tratta solo di gestire la rabbia, ma di riconoscere quali sono gli altri sentimenti che si presentano, attivati dalla specifica situazione. Spesso risulta difficile riconoscere le diverse sfumature delle emozioni e si cataloga tutto indistintamente come “rabbia”. Questo analfabetismo emotivo, ossia la difficoltà nel riconoscere e descrivere le emozioni, facilita il processo che porta alla violenza per esprimere l’intensità delle emozioni, non conoscendo altre modalità per gestire tale carico emotivo.

La violenza non è perdere il controllo. La violenza è come ci si rapporta e come si affronta se stessi in relazione all’altro.

Una volta presente, la violenza può essere mantenuta da diversi fattori:

  • Fattori cognitivi, ossia processi di pensiero e difese che vengono messe in atto per giustificare l’atto violento (“se l’è meritato”, “è lei che mi istiga”), per negarlo (“non l’ho mai colpita”), per minimizzarlo (“è stato solo un litigio”, “è successo solo un paio di volte”). Si tratta di strategie cognitive che permettono di non vedere la situazione per com’è in realtà, evitando o diminuendo i sensi di colpa.
  • Fattori emotivi: prima fra tutti la vergogna. A nessuno piace provare quest‘emozione, quindi un meccanismo per superarla è dimenticare quello che è successo o fingere che non sia mai accaduto.

I centri per uomini maltrattanti

Sul territorio italiano sono sempre più presenti strutture che offrono percorsi e strumenti di cambiamento a uomini che riconoscono di avere un problema nell’usare violenza contro il o la propria partner, donne e/o minori.

Si tratta di servizi volontari a cui gli uomini arrivano spontaneamente o vengono inviati da altri servizi. Sviluppati sulla scia del modello Alternative To Violence (ATV) di Oslo, dov’è nato uno dei primi centri europei per uomini maltrattanti, sono strutture che promuovono il trattamento psicologico, con percorsi individuali o di gruppo.

L’intervento si focalizza sulla violenza e sull’assunzione di responsabilità dei comportamenti violenti, aiutando gli uomini a maturare la possibilità di assumere comportamenti alternativi, cioè di agire diversamente, perché la violenza è sempre una scelta. Infine, prendere consapevolezza degli effetti e le conseguenze della violenza sulle/sui partner e sullз figlз [1].

Scegliere il cambiamento per il proprio benessere e quello di chi ci circonda

I dati che arrivano sugli esiti dell’intervento in questi centri mostrano un cambiamento della violenza: oltre alla diminuzione dei comportamenti violenti, c’è una maggior consapevolezza delle conseguenze sul benessere e sui vissuti emotivi delle partner o ex-partner e dei motivi che portano a mettere in atto comportamenti violenti, come la volontà di avere il controllo e il potere in situazioni che determinavano insicurezza, vulnerabilità, esposizione personale[2].

Chi compie violenza è responsabile delle proprie azioni e delle scelte che compie per porre rimedio ai propri comportamenti.

La violenza non è un fatto privato: siamo tuttз coinvoltз

È possibile venire a sapere di amicз/familiarз/conoscentз che usano violenza nelle relazioni. Si tratta di situazioni che riguardano tuttз noi e in cui il nostro intervento può essere uno degli elementi che generano un cambiamento.
Cosa possiamo fare? Ascoltiamo, aiutiamo a riflettere e ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni e invitiamo a contattare un centro per uomini che agiscono violenza. Ricordiamoci che la violenza non è un fatto privato, anche se riguarda due adulti legati da un rapporto affettivo. Chi è a conoscenza della violenza ha la responsabilità di fare qualcosa.
Nei primi mesi del 2021 abbiamo visto scendere in strada e nelle piazze italiane uomini uniti schierati dalla parte delle donne per contrastare la piaga della violenza, come il flashmob organizzato a Biella “Uomini in scarpe rosse”, quello organizzato a Roma “Mascherine rosse contro la violenza di genere”. Ad Albenga “Gli uomini chiedono scusa alle donne” scendendo in piazza uniti da un filo rosso con cartelli in cui sottolineano che il genere maschile è sotto accusa per i troppi silenzi e dichiarano la necessità di smettere di far finta di niente e iniziare a farsi carico di questo fenomeno.
Ci sono molte associazioni e progetti rivolti agli uomini per prendere parte al fenomeno della violenza di genere a partire dagli anni scolastici, volti a sviluppare una nuova cultura di genere e una maggior attenzione agli stereotipi e alla violenza manifesta e nascosta nei confronti delle donne. Ne è un esempio “Noino.org”, un progetto per prevenire la violenza maschile, che nasce come spazio per parlare ‘agli uomini’ e ‘tra uomini’ della violenza sulle donne. Dalle testimonianze del progetto emerge a chiara voce la convinzione che “gli uomini hanno l’opportunità di scegliere: scegliere tra negare, giustificare e minimizzare il problema o prendere la parola in quanto uomini e contribuire a cambiare una concezione oppressiva delle relazioni tra i generi: quella cultura in cui la violenza trova spazio per crescere” [3].
Bisogna rompere la catena degli stereotipi. L’idea del “vero uomo” è ancora presente e imprigiona prima di tutto l’uomo: lo obbliga a comportarsi ed essere in un certo modo all’interno della società e delle relazioni. Questo però gli impedisce di essere pienamente se stesso e di scoprire le potenzialità e le varie modalità di esprimersi ed essere uomo.

“Gli uomini non sono violenti per natura. Come le donne non nascono vittime, deboli, predestinate a subire, così i maschi non hanno la sopraffazione iscritta nel DNA. Tutti, maschi e femmine, subiamo dei condizionamenti culturali, sociali e psicologici. Quelli previsti per i maschi ci consegnano la violenza come scelta predisposta per noi. Ma ognuno di noi può scegliere, fermarsi, riflettere. E cambiare”.

NoiNo.org

Alice Guglielmi

Approfondimenti

“Sto usando violenza?” Alcune domande per capirlo. Associazione Senza Violenza http://www.senzaviolenza.it/approfondimento_sei_uomo/

Bibliografia

[2] Impact Report. Valutazione dell’efficacia dei Programmi per uomini autori di violenza. Centro Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze, Ferrara, Nord Sardegna, Cremona e Roma.

Sitografia

[3] Noino.org

[1] www.senzaviolenza.it

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