Psicologia Clinica

Training Autogeno

training autogeno

Di cosa si tratta?

Quando parliamo di Training Autogeno facciamo riferimento ad una tecnica utilizzata da psicologi e psicoterapeuti formati attraverso corsi specifici. Può capitare che si faccia un po’ di confusione tra yoga, pilates, mindfulness (per questa rimandiamo all’articolo di Davide), meditazione e training autogeno, perché, in effetti, vi possono essere degli aspetti comuni o simili: ad esempio, la tecnica di body scan che si utilizza nel Training è molto simile alla fase di rilassamento che si fa in certi casi a conclusione di una lezione di yoga. Anche l’attenzione rivolta al proprio respiro si può considerare un aspetto comune – non sono esperta di yoga né di pilates, parlo semplicemente per esperienza fatta nei vari corsi.

Non sono assolutamente richieste doti acrobatiche o di particolare scioltezza: il training prevede di mantenere la posizione distesa supina o eventualmente seduta. Utilizzando questa tecnica si vuole portare l’attenzione in primis sul corpo, a conferma dello stretto legame che unisce mente e corpo in una sola entità, molto spesso vissuta separatamente, purtroppo. Si adatta bene alla maggior parte delle persone ed è possibile svolgerlo sia individualmente che in gruppo. Per valutarne l’adeguatezza è importante considerare di volta in volta l’unicità della persona a cui ci rivolgiamo.

La parola “Autogeno” si riferisce proprio all’idea che possiamo autonomamente, attraverso l’esercizio e l’allenamento, entrare in uno stato di auto-distensione e auto-rilassamento. Una volta appreso con il sostegno dello psicologo o del terapeuta è infatti possibile, anzi consigliabile, portarlo avanti come esercizio da fare in casa. Può infatti essere molto d’aiuto nella gestione di ansia e stress, diventando così un esercizio quotidiano per migliorare il nostro stato fisico ed emotivo.

1. Rilassamento

Questo metodo è stato introdotto negli anni Trenta da Johannes Heinrich Schultz, psichiatra tedesco. Ad oggi facciamo ancora riferimento al modello da lui ideato, nel tempo, tuttavia, si sono sviluppati modelli che si ispirano ma rivisitano e arricchiscono la procedura originale.

Esercizi inferiori e superiori

Il Training Autogeno basato sul modello di Shultz prevede la distinzione in esercizi inferiori e superiori: mentre quelli inferiori sono centrati sul corpo, in quelli superiori si va principalmente ad esplorare l’inconscio, per questo vengono applicati quasi esclusivamente in ambito psicoterapeutico.

Durante gli esercizi le persone si trovano generalmente in uno stato di attenzione fluttuante in cui il livello di coscienza si avvicina a quello del sonno, ma non vi coincide. Possiamo dire che ci si trova in uno stato oscillante tra quello di veglia e quello di sonno.

2. Ambiente

Per dare un’idea di come si svolge, possiamo immaginarci distesi a terra in posizione supina o, per chi preferisse, in posizione seduta. E’ importante a questo proposito creare un ambiente quanto più possibile confortevole e rilassante, dalla temperatura, ai profumi, alla luce non troppo forte. Eventualmente si può preparare anche una copertina, soprattutto nella stagione fredda proprio perché durante il training la temperatura corporea tende a scendere e sarebbe spiacevole sentirci o far sentire i nostri utenti infreddoliti.

Esperienza fondamentale che accompagna tutto il training è quella del respiro: esso è infatti un regolatore della percezione.

L’esperienza è guidata dalla voce calda e avvolgente di chi la conduce e, per chi gradisca, è possibile inserire della musica, purché sia solo strumentale. Durante il traning è possibile utilizzare visualizzazioni e immagini che favoriscono la presa di contatto con il corpo, di cui si fa esperienza volta per volta, portando l’attenzione sulle varie parti.

Gli esercizi inferiori vanno a stimolare prima di tutto la consapevolezza del respiro, proprio perché è l’asse portante che regola la presa di contatto, a seguire le sensazioni di calore e di pesantezza, dei nostri arti, del cuore, della fronte ed del plesso solare, situato nella parte addominale. Non necessariamente devono essere svolti tutti nel corso di una sessione, se ne possono anche scegliere soltanto alcuni; quando si è all’inizio è anzi preferibile procedere gradualmente inserendoli mano mano che si fa pratica ed in base alle caratteristiche del nostro utente.   

E’ importante prestare attenzione anche alla fase preliminare in cui si svolge una sorta di “riscaldamento” che prepara all’esperienza del training, con lo scopo di attivare i muscoli, portare l’attenzione al sentire il corpo e riequilibrare l’energia, attivare chi è troppo scarico e far scaricare chi arriva molto teso. Al termine del training si svolge poi una fase restitutiva in cui vengono condivise le sensazioni provate.

Quali benefici?

3. Distensione

Il risultato più immediato è quello di ottenere uno stato di distensione e di rilassamento, facilitando l’ascolto di sé, sia in termini corporei che emotivi, per questo può essere di grande aiuto nella gestione di ansia e stress ed aiutare chi soffre di insonnia. Permette una migliore regolazione emotiva e delle funzioni vitali involontarie come respiro e battito cardiaco, aiutando anche il processo di eliminazione del dolore, soprattutto quello associato a tensioni muscolari. Inoltre, lo stato di profondo rilassamento e contatto interiore si presta particolarmente alla formulazione di obiettivi personali.

L’utilizzo del Training gode di ampia versatilità offrendo i suoi benefici non solo nella pratica clinica ma anche nell’ambito della psicologia del lavoro e dello sport.

Martina Mancinelli

Sitografia

https://www.stateofmind.it/tag/training-autogeno/

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