Sintomi psicosomatici nei vissuti migratori – Rubrica TeSì

tesi migrazione
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Sintomi psicosomatici e identità frammentate: l’esperienza della migrazione

Abstract – Introduzione: Tesi di Laurea di Greta Bonfigli

Laurea Magistrale in Psicologia Clinica
Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” – A.A. 2018-2019

Il presente elaborato nasce dall’unione dei principali interessi che gli anni accademici hanno nutrito, uniti all’esperienza di Erasmus+ Traineeship vissuta all’interno di una ONG londinese nell’estate 2018: “IRMO: Indoamerican Refugee and Migrant Organization.” Il lavoro svolto al suo interno aveva l’obiettivo di collaborare per offrire tutti i servizi necessari per latinoamericani immigrati a Londra, che fossero residenti lì da anni o che si trovassero nelle prime fasi di assestamento post-arrivo. Difficoltà burocratiche e di mancata comprensione culturale o necessità di essere ascoltati e capiti affettivamente, sono state solo alcune delle tematiche ricorrenti quotidianamente tra le mura di IRMO.


L’obiettivo di questo lavoro è stato quello di unire tale esperienza all’interesse legato alla psicosomatica, alle differenze culturali e al tema dell’integrazione, che tanto caratterizzano la società multiculturale dei nostri tempi. I concetti che hanno assunto un ruolo centrale, sono stati il vissuto e le difficoltà affrontate da chi diventa protagonista di esperienze di immigrazione, sia che si parli di immigrati, che di rifugiati o migranti, osservando soprattutto quanto la sintomatologia somatica diventi protagonista se non si vive all’interno di un contenitore adatto ad accogliere linguisticamente, affettivamente e culturalmente i propri vissuti emotivi spesso dolorosi, o più in generale la propria identità. E’ esattamente un ruolo da contenitore, quello assunto da IRMO, per molti di coloro che si sono affacciati alle sue porte.
In questa tesi si parla soprattutto di “contenitore-corpo” come elemento universalmente primario per supplire alle mancanze che specifiche situazioni provocherebbero e per costruire un’identità forte e coesa. Le esperienze migratorie riportate sono presentate attraverso l’occhio di varie ricerche, dalle quali emergono alcune tematiche centrali in maniera più frequente rispetto ad altre: difficoltà identitarie e di acculturazione, per citarne due.

Si giunge poi ad approfondire il tema della ricostruzione identitaria, passando da un’analisi filosofico-storica della relazione psiche-soma, ed arrivando a toccare i contributi relativi alla psicosomatica secondo un’impostazione psicoanalitica, con particolare focus sui nomi di Winnicott e Bion. In questa fase, le loro riflessioni sono concentrate unicamente sull’analisi del vissuto psicosomatico, e quindi sull’importanza del ruolo del corpo. Ciò ha permesso di creare una sorta di confronto tra esperienze migratorie e tematiche psicoanalitiche di importanza centrale, come quella del falso-Sé derivante da mancanze di madri non sufficientemente buone in Winnicott, o il concetto elaborato da Bion di contenitore-contenuto, presentati in fase finale.

Si è creato un successivo collegamento col concetto di rispecchiamento identitario, nello specifico col nome di Kohut. In questo quadro, rimane sempre centrale la riflessione circa le variabili culturali spesso incisive sull’eventuale sviluppo psicopatologico, da inquadrare secondo una prospettiva che mette al centro unicamente la persona nella sua totalità, piuttosto che la sintomatologia o l’appartenenza culturale.

E’ la frammentazione identitaria, uno dei principali rischi connessi all’esperienza migratoria, la quale può facilmente essere letta attraverso i contributi di Kohut, Winnicott, Bion, ecc. Il concetto di contenitore-contenuto bioniano, si integra perfettamente al complesso vissuto sperimentato da persone straniere, arrivate cariche di stress pre-migrazione e rimaste fuori da un circuito di accoglienza adeguata, che potremmo definire un tipo di stress post-migrazione. Si sviluppa così il rischio di sentire la propria identità poco continuativa, perchè non accolta e sganciata da punti di riferimento necessari. Frammentata appunto e, talvolta, vincolata ad una sofferenza esprimibile prettamente attraverso il linguaggio somatico.

Viene quindi evidenziata la forte necessità di andare oltre le stigmatizzazioni che i manuali tradizionali, usati dai professionisti nel campo psicologico o medico, spesso contengono. Per una società multiculturale come quella odierna, spesso ci si scontra con gravi malintesi diagnostici, alla base di cronicizzazioni non indifferenti. Sono state presentate dunque quelle che vengono definite “Sindromi culturalmente determinate”, che includono patologie legate soltanto ad un determinato contesto geografico e culturale di origine, capaci di spiegare le particolarità di ogni singolo paziente straniero che si presenta agli ambulatori occidentali.

Il corpo diviene il principale strumento per esprimere dolore, quando si è privi di capacità linguistiche per farlo o quando la propria identità è in balia di frammentazioni profondamente invalidanti. Le difficoltà identitarie e il ruolo del corpo sono rimasti costantemente centrali nel presente elaborato. E’ stato quindi possibile passare dall’analisi dei vissuti migratori alla riflessione psicoanalitica, creando un allineamento tra alcune delle tematiche profondamente attuali, cuore della ricerca e degli studi etnopsichiatrici, e alcuni contributi fondamentali dal punto di vista della comunità psicologico-clinica

Questa tesi ti interessa e vuoi approfondire? Scrivici, ti metteremo in contatto con l’autrice!

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