Psicologia Clinica

PSICOSOMATICA: UN’INTRODUZIONE

psicosomatica

“Il fatto che molte descrizioni dell’umore, della cognizione, della volontà e di altre funzioni psicologiche siano espresse in termini fisici – avere “un cuore gonfio di lacrime”, “una testa dura”, “il pelo sullo stomaco”, “una spina nel fianco” – evidenzia l’inestricabile relazione che unisce corpo e mente.”

(Oyebode, 2009, p.313)

DAL PUNTO DI VISTA STORICO: ALCUNI CENNI

Parlare di psicosomatica non è affatto una sfida semplice. La relazione psiche-soma è da sempre centrale nel panorama delle riflessioni mediche e psicologiche, e il progresso scientifico in questo ambito ha dato un grande contributo al miglioramento della cura di svariate psicopatologie. Le componenti “psiche” e “soma” sono state protagoniste della tradizione filosofica greca, per poi arrivare al dualismo cartesiano, alla psicoanalisi, ecc. Esiste infatti una grande mole di contributi, nati da interrogativi sul rapporto mente-corpo, che hanno attraversato le diverse epoche.

Possiamo ritrovare già nelle pagine di Platone la proposta di adottare una medicina unitaria, ovvero psicosomatica, per comprendere la vera entità di determinate malattie. Egli sottolineò infatti quanto fosse fondamentale considerare anche l’anima e il suo rapporto col corpo. Priva di tali considerazioni, la medicina non avrebbe potuto sviscerare i più importanti aspetti che una malattia porta con sé. Il mito cartesiano si sposterà invece su una dimensione totalmente opposta e razionale. Cartesio fu sostenitore della divisione Res cogitans e Res extensa, rispettivamente mente e corpo. Questo, credeva che la dimensione mentale fosse capace di rimanere slegata e libera da quella corporea. Il dualismo cartesiano sarà poi considerato anche come uno dei più grandi malintesi della storia dei contributi sul rapporto psiche-soma. Dal punto di vista psicoanalitico, è imprescindibile prendere in considerazione ciò che Freud ha sottolineato. Sappiamo che egli elabora la sua teoria partendo dallo studio di pazienti isteriche ed elaborando a tal proposito il concetto di “conversione”. Con questo, si voleva intendere quel processo attraverso cui le pazienti arrivavano a trasformare insopportabili e dolorosi contenuti psichici in sintomatologia fisica o in veri e propri disturbi senso-motori (es.: paralisi del braccio).

E’ evidente come il corpo diventi protagonista, raccontando una sofferenza incompatibile con la sfera della consapevolezza. Il processo di rimozione di contenuti psichici, impossibili da esprimere a parole, condurrebbe dunque alla conversione in sintomo somatico. La paziente isterica si dissocia dal suo stesso contenuto psichico, dando voce solamente al corpo (Bonfigli, 2019).

Nell’opera “L’Io e l’Es” (Freud, 1922) si legge: “L’Io è anzitutto un’entità corporea, non è soltanto un’entità superficiale, ma anche la proiezione di una superficie.” Oggi il termine “conversione” non è più utilizzato, ma sappiamo quanto l’analisi freudiana abbia contribuito alla definizione delle caratteristiche dei disturbi psicosomatici, che nella più recente edizione del DSM (2013) si presentano come: “Disturbi da sintomi somatici e disturbi correlati”.

CARATTERISTICHE E DEFINIZIONI ATTUALI

L’obiettivo dei professionisti che si occupano di psicosomatica sarebbe quello di indagare la psicopatologia tenendo in considerazione costantemente sia gli aspetti psicologici che quelli fisici e la loro relazione di reciproca influenza. Parliamo di un ambito di lavoro molto delicato e ampio, che vede tra le fasi più complesse quello dell’elaborazione diagnostica. A tal proposito, come sottolineato dal DSM-5 (2013), è molto importante non sottovalutare la possibile presenza di una patologia medica, nonostante sia stata ipotizzata la diagnosi di disturbo psichico. Occorre infatti evitare di commettere l’errore di escludere/includere in maniera automatica eventuali sintomi organici (o viceversa psicologici), senza approfondire attentamente ogni peculiarità del caso (Reichenberg L.W., 2015).

Tra PDM e DSM: i diversi aspetti della somatizzazione

Quando si specifica “disturbo psicosomatico” ci si sta riferendo a un’inevitabile espressione della sofferenza a livello fisico, poiché l’individuo non possiede altre modalità per farlo. Diverse sono le parti del corpo potenzialmente coinvolte, capaci di dar voce a una problematica inenarrabile verbalmente e priva di giustificazione medica: difficoltà cardiache, tensioni muscolari, dolori alla schiena o al petto, mal di testa molto intensi, ecc. Psiche che influisce sul soma, per riprendere il filone delle riflessioni iniziali (Bonfigli, 2019).

Moltissime sono le ricerche scientifiche relative a questo ambito e specifiche sono le definizioni che offrono i manuali di riferimento per la clinica delle psicopatologie. Il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM, 2006) all’interno dell’Asse P (pattern e disturbi di personalità) colloca la descrizione dei Disturbi somatizzanti di personalità. Il tentativo qui proposto sarebbe quello di evidenziare casi clinici accomunati soprattutto dall’incapacità di espressione verbale della loro sfera emotiva. Il paziente con disturbo psicosomatico è solitamente incoraggiato a chiedere aiuto psicologico dai propri familiari o persone vicine, dopo essersi prioritariamente recato presso svariati studi medici specialisti. Si può facilmente pensare a quale sarà la tipologia di relazione che caratterizzerà soprattutto le prime fasi del lavoro psicologico: il/la paziente potrà facilmente essere molto resistente al dialogo e incapace di allontanare un atteggiamento oppositivo.

Solano (2011) ha sottolineato quanto sia fondamentale favorire un approccio integrato tra medicina e psicologia, nonostante non siano pochi gli ambienti di lavoro in cui queste due discipline lavorano senza dialogare. Qualsiasi sintomatologia organica, analizzata in collaborazione con la professionalità psicologica, sarebbe inserita in un panorama di variabili relazionali, affettive ed emotive, aprendo ad una visione completa del caso. Nessuna persona che chiede aiuto è priva di un passato e di eventuali episodi traumatici, dai quali la manifestazione organica è spesso profondamente influenzata. E’ ciò che diventa chiaramente evidente nel disturbo psicosomatico (Bonfigli, 2019).

Per tali ragioni, nell’approcciarsi a qualsiasi quadro clinico, nessun professionista della salute dovrebbe rimanere distante dalla soggettività del paziente, il quale rimane prima di tutto una persona.

Spesso è proprio all’interno degli ambulatori di medicina generale che viene svuotato il peso di esperienze personali anche drammatiche, poiché ci si sente liberi di raccontare. Da ciò nasce la proposta di una “psicologia medica”, orientata a costruire un approccio caratterizzato da capacità di ascolto ed atteggiamento empatico, allontanando la tendenza a categorizzare senza considerare gli aspetti psicologici, spesso riscontrata nella tradizione medico-psichiatrica

(Stanghellini, Rossi Monti, 2009).

Detto questo, occorre specificare anche la novità apportata nella classificazione del DSM, ormai giunto alla sua quinta edizione. La sostanziale differenza rispetto alla precedente proposta, dove si leggeva la dicitura di “disturbi somatoformi”, è il tentativo di porre maggiore attenzione allo stress come fattore influente sullo stato di angoscia del paziente, eliminando completamente quella che prima era inserita come “natura medicalmente inspiegabile dei sintomi”. Molte sono le variabili che ora il manuale prende in considerazione rispetto al passato, considerando quindi la soggettività dei casi al di là della mera classificazione diagnostica. Si ritiene imprescindibile non trascurare questo aspetto soprattutto se si osserva la grande eterogeneità di sintomi somatici: ogni storia clinica ha in sé una peculiare caratterizzazione psichica, ma anche organica, spesso molto grave (Bonfigli, 2019).

La necessità di evidenziare gli aspetti psicologici delle patologie ha una grande storia alle spalle. Nonostante le diverse critiche rivolte alla categoria dei Disturbi Somatoformi, a cominciare dal suo iniziale inserimento nel manuale (DSM-III, 1980), il modello biopsicosociale di Engel già negli anni ’70 aveva evidenziato quanto fosse imprescindibile considerare l’interazione di aspetti psicologici e medici nella valutazione dei sintomi di qualsiasi patologia, sia in fase iniziale che di prognosi (Chiappedi M., Mensi M.M., Tantardini M., Balottin U., 2014).

In conclusione, potremmo quindi definire l’approccio psicosomatico come una presa di consapevolezza di tutti gli aspetti che girano attorno alla vita della persona, dai sintomi manifesti a tutti gli eventi emotivamente rilevanti, che potrebbero celarsi dietro espressioni banalmente intese e di uso quotidiano.

Pensiamo ad esempio alla comune espressione: “ho un forte mal di testa”. Modi personali per raccontarsi, spesso trascurati, che se considerati dall’occhio attento di uno psicoanalista potrebbero magari rappresentare la punta dell’iceberg del bagaglio di vita del paziente. Dunque, potenzialmente capaci di far riemergere contenuti rimossi, cuore di veri e propri disturbi psichici.

Greta Bonfigli

Bibliografia

Ammaniti M., Dazzi N., Del Corno F., Lingiardi V., PDM Manuale Diagnostico Psicodinamico, R. Cortina Editore, Milano, 2008.

Bonfigli, G. (2019), Sintomi psicosomatici e identità frammentate: l’esperienza della migrazione, Urbino, 8-29.

Chiappedi, M., Mensi M.M., Tantardini M., Balottin U. (2014), Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati: considerazioni su una nuova categoria del DSM-V, Giornale di neuropsichiatria dell’età evolutiva, 34, 227-233.

Oyebode, F., (2009). Introduzione alla psicopatologia descrittiva, SIMS, R. Cortina Editore, Milano, 313-315.

Reichenberg, L.W. DSM-5 L’essenziale. R. Cortina Editore. Milano, 2015, 75-79.

Stanghellini, G., Rossi Monti, M. (2009). Psicologia del patologico, R. Cortina Editore, Milano.

Solano, L. (a cura di) (2011), Dal Sintomo alla Persona: Medico e Psicologo insieme per l’assistenza di base. Franco Angeli, Milano.

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