Non Siamo Specchi: la Mimicry – TeSì

mimicry
Tempo di lettura 4 minuti

Gli effetti del Giudizio Sociale nell’Imitazione Interpersonale

Abstract – Introduzione Tesi di Laurea
di Martina Mancinelli

Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna A.A. 2015-2016

Sin dai primi giorni di vita ci siamo trovati ad interagire con altre persone, i genitori
prima di tutti, e poi, via via crescendo, si sono aggiunti parenti, amici e sempre un numero
maggiore di individui, dando vita a scambi sociali molto diversi. Dalla semplice osservazione
di due amiche che parlano sedute al tavolo di un bar, potremmo notare una somiglianza nelle
espressioni facciali, nel tono della voce e magari la tendenza dell’una ad imitare il gesto di
toccarsi i capelli dell’altra. È stata proprio dall’osservazione di questo fenomeno che si è
cominciato a parlare di ‘sinchrony’ e di ‘mimicry’ per riferirsi all’imitazione, per lo più non
intenzionale, dei comportamenti del partner conversazionale rispetto a postura, gesti,
espressioni ed eloquio (Seibt, Mühlberger, Likowski, & Weyers, 2015). I primi studi condotti
hanno denominato il fenomeno “effetto camaleonte” (Chartrand & Bargh, 1999), proprio
perché, come il camaleonte si mimetizza nella vegetazione che lo circonda, così fanno gli
individui nell’ambiente sociale assomigliando agli altri attraverso l’imitazione. In queste
prime ricerche si credeva che il fenomeno imitativo si verificasse in modo automatico, come
una reazione quasi riflessa alla vista dei comportamenti altrui, dopodiché si è scoperto che
non avviene in tutte le situazioni indifferentemente, ma che anzi esistono molti fattori in
grado di modularlo, che riguardano le caratteristiche sociali e personali dei due interlocutori.
Il fatto che una persona sia più o meno empatica ad esempio, sembra influenzare in modo
rilevante la tendenza ad imitare qualcun altro (Seibt et al., 2015). A questo punto possiamo
chiederci per quale motivo le persone mostrino questa tendenza all’imitazione, secondo
Brewer (1991) le persone ricorrono alla mimicry quando si sentono insolite o diverse rispetto
agli altri per cercare di essere accettati ed omologarsi con gli altri. In generale, la risposta che
sembra emergere dall’analisi della letteratura fa riferimento alla ricerca di affiliazione e la
necessità di cooperare con gli altri, bisogni che caratterizzano l’uomo sin dall’inizio dei
tempi. Sembra così instaurarsi un circolo per cui l’imitazione favorisce l’instaurarsi di una
relazione positiva e, dall’altro lato, la presenza di un rapporto intimo con qualcuno facilita la
messa in atto di comportamenti imitativi. Non dimentichiamo inoltre l’ipotesi secondo cui
imitare i movimenti altrui faciliti la comprensione di ciò che sta provando l’altra persona,
teoria che oltretutto è in linea con le scoperte in campo neuroscientifico riguardanti le
funzioni dei neuroni specchio e l’Embodied Cognition.
Come abbiamo detto, la mimicry è modulata da diverse caratteristiche personali, come
la “piacevolezza” di una persona ad esempio, perciò nel secondo capitolo di questa ricerca si è
deciso di approfondire il concetto di giudizio sociale, delle impressioni, di come esse si
formino e delle principali variabili in grado di guidarne l’orientamento. Quello che è emerso
dagli studi condotti, è una netta prevalenza dei tratti che costituiscono le dimensioni di
“warmth” e “ competence” ( Fiske, Cuddy, & Glick, 2007; 2008) o ancora di “ communion” e
“agency” ( Abele, & Wojciszke, 2007; Brambilla, Rusconi, Sacchi & Cherubini, 2011;
Brambilla, Sacchi, Rusconi, Cherubini & Yzerbit, 2012). Che vengano chiamate in un modo
oppure nell’altro, esse si riferiscono in ogni caso a tratti riguardanti il calore, la gentilezza, la
sincerità, l’orientamento verso gli altri e, dall’altra parte, caratteristiche come la competenza,
l’abilità a perseguire i propri progetti, la professionalità e la determinazione. Sembra opinione
piuttosto condivisa che, tra le due dimensioni, è quella di communion a giocare un ruolo
primario nel dirigere l’impressione che gli individui si formano sugli altri. Alcuni autori
hanno cercato di spiegare questa asimmetria ipotizzando che la vera differenza tra le due
categorie stia nel fatto che la prima va ad avvantaggiare gli altri, mentre la seconda
avvantaggia più se stessi ( Abele, Wojciszke, & Bogden, 2007; Peeters, 1992); perciò le
persone sarebbero, in primo luogo, orientate ad individuare le intenzioni degli altri nei propri
confronti e, solo in secondo luogo, la loro capacità a perseguire i propri obiettivi. Studi, come
quelli condotti da Leach e da Brambilla con i suoi collaboratori, hanno messo in luce che sono
due in particolare le componenti della communion in grado di influenzare le valutazioni
sociali, ovvero la socievolezza e la moralità, che pare abbia il primato sia sulla competenza
che sulla socievolezza. (Brambilla et al, 2011; 2012; Brambilla, Sacchi, Menegatti, &
Moscatelli, 2016; Leach, Ellemers, & Barreto, 2007).
Data la rilevanza dei tratti morali nell’orientare le impressioni, in questo studio ci
siamo chiesti se sia possibile che informazioni sulla moralità abbiano una maggiore influenza,
rispetto a quelle sulla socievolezza, anche nel dirigere le reazioni comportamentali, nello
specifico risposte di imitazione. L’obiettivo di questa ricerca è dunque quello di scoprire se
caratteristiche positive sulla moralità sono in grado di indurre un maggior numero di
comportamenti imitativi rispetto ad informazioni di immoralità e di socievolezza.

Questa tesi ti interessa e vuoi approfondire? Scrivici, ti metteremo in contatto con l’autrice!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *