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Le Microespressioni

microespressioni

Negli ultimi articoli abbiamo visto quali siano i meccanismi cognitivi, fisiologici ed evolutivi alla base delle emozioni e come nel tempo si sia capito che l’espressione sul volto di alcune di esse (dette “emozioni primarie”: felicità, tristezza, rabbia, sorpresa e paura) fosse universale.

Ma cosa si intende per “espressione sul volto”?
Poter affermare che l’espressione facciale relativa a determinate emozioni sia universale non è affatto scontato come può sembrare.
Eppure le fotografie scattate in Papua Nuova Guinea che ritraevano alcuni abitanti delle tribù locali mostravano chiaramente un sorriso, così come l’esperimento nell’Università di Tokyo (citato in questo articolo) mostrava chiaramente studenti giapponesi con una chiara espressione di disgusto in volto.
Cosa c’è di complicato? 
A dire il vero, tutto. Per capirci, provate a rispondere a questa domanda: cos’è un sorriso?
Alcuni/e di voi potrebbero partire col descrivere il movimento delle labbra, altri delle guance, altri ancora degli occhi. Ma tutti i sorrisi sono uguali? Di quanto si spostano le labbra?
E ancora, andando sul difficile: come possiamo definire esattamente un’espressione di disgusto? O un volto “arrabbiato”?

Una espressione di disgusto sul volto di un uomo della Papua Nuova Guinea – 1972.
Credits Paul Ekman Group

Questo problema è quello che gli psicologi Paul Ekman, Wallace Friesen e Joseph Hager hanno dovuto affrontare ben cinquanta anni fa, proprio a seguito della scoperta di queste espressioni facciali universali. Come avrebbero potuto convincere la comunità scientifica senza un metodo di misurazione appropriato?
Occorre un metodo che abbia basi solide e che fornisca quantitativi precisi e non fraintendibili.

Diamo i numeri

Ancora una volta è necessario guardare indietro.
Già nel 1969, lo svedese C.H. Hjortsjo, professore di anatomia all’università di Lund, elabora il Man’s Face and Mimic Language. Ai tempi è un manuale unico nel suo genere, con basi prettamente anatomiche, che categorizza i movimenti dei muscoli facciali e attribuisce loro un significato emotivo.
Non è dato sapere perché l’opera dello svedese non riscosse un meritato successo, ma sta di fatto che dieci anni dopo il trio Ekman-Friesen-Hager ne prende ampio spunto per creare un altro sistema di tassonomia delle espressioni facciali. 

Nel 1978 nasce così la prima edizione del FACS – ossia il Facial Action Coding System, il Sistema di Codifica delle Azioni Facciali. 


Il FACS è un metodo di analisi che scompone le espressioni del volto in movimenti più piccoli, chiamati Unità d’Azione (AU). Pur tenendo bene in considerazione i concetti anatomici, il FACS è pensato per l’analisi visiva e le unità d’azione sono quindi ideate analizzando i cambiamenti visibili sul volto umano.
Ad ogni unità d’azione è assegnato un particolare numero e una lettera che indica l’intensità del relativo movimento, su una scala a 5 punti.
Ad esempio, il sollevamento degli angoli interni delle sopracciglia è l’unità d’azione 1. Il movimento è descritto nel dettaglio e il manuale elenca i cambiamenti visibili che produce sul viso.

Paul Ekman in una immagine tratta dal FACS illustra le AU della Upper Face


Un metodo forse lungo e complicato, ma che fornisce un linguaggio comune e non fraintendibile a tutti i professionisti che si occupano di analisi del movimento facciale, siano essi psicologi, antropologi, animatori di computer grafica, attori.

Il Moviolone

Lo studio del comportamento non verbale prosegue da decenni, ma gli anni ‘60 del Novecento furono senz’altro un periodo particolarmente proficuo.

Proprio in questo periodo troviamo E. A. Haggard e K. S. Isaacs, che nel 1966 decidono di analizzare i filmati dei colloqui di psicoterapia con i loro pazienti alla ricerca di eventuali segnali non verbali significativi, magari prodotti anche involontariamente da loro stessi.
In un caso di serendipità da manuale, nel rallentare i filmati scoprirono l’esistenza di espressioni facciali molto più brevi di quelle alle quali noi tutti siamo abituati, talmente brevi da non essere state percepite ad occhio nudo.
Le definirono “micromomentarie”, e pubblicarono uno studio cercando di capire se fossero indicative di particolari stati emotivi o se potessero essere sfruttate nel colloquio con i pazienti. 

In seguito, come abbiamo visto nell’articolo sulla universalità delle emozioni, il tema dell’espressione facciale tornò in auge grazie al lavoro di Paul Ekman e Wallace Friesen, che concentrano i loro studi proprio sui movimenti del volto.
Grazie ai loro anni di lavoro sull’argomento abbiamo una definizione più precisa di queste espressioni rapidissime, ribattezzate “microespressioni”. Cosa sono quindi? 

Le microespressioni sono movimenti facciali della durata inferiore al quarto di secondo. 

Il confine fra “micro” e “macro” espressioni ovviamente non è così netto, ma per convenzione si è preso questo riferimento. In alcune occasioni possono durare di più, in altre anche molto meno, fino al venticinquesimo di secondo

La sostanza è che sono movimenti talmente brevi che molto spesso ci sfuggono totalmente, soprattutto durante una conversazione: questo perché il nostro cervello, quando conversiamo, è impegnato in altri processi, in primis capire cosa sta dicendo il nostro interlocutore e pensare a cosa rispondere.
Anche nel campo non verbale si tende a prestare più importanza ad altri segnali più utili ai fini della comunicazione, fra cui certe espressioni facciali che completano il messaggio verbale (come ad esempio alzare le sopracciglia per sottolineare un passaggio importante del discorso) o che regolano la turnazione del dialogo.
Le microespressioni sono quindi sommerse da una marea di altri segnali e passano spesso inosservate. A volte invece, sono volutamente ignorate!

Ma da dove nascono queste espressioni brevissime?

Come tutte le risposte emotive, tutto nasce dal sistema limbico, il nostro “cervello primitivo”: l’elaborazione delle emozioni scatena un complesso sistema di risposte fisiologiche, fra le quali appunto anche il movimento dei muscoli facciali.
Siamo abituati a considerare l’espressione facciale come un atto comunicativo (e nella stragrande maggioranza dei casi lo è) ma dobbiamo sempre tenere a mente l’importanza che l’evoluzione ha giocato nel renderci quello che siamo. Alcuni muscoli del volto infatti si attivano involontariamente rispondendo agli stimoli inviati dal sistema nervoso simpatico, così come gli altri organi (cfr. l’articolo “Emozioni” di Giulia).  Per qualche frazione di secondo infatti si contraggono in base all’emozione generata dallo stimolo che abbiamo elaborato.
Solo dopo qualche momento, una iniziale elaborazione ci permette di valutare la situazione ed eventualmente modulare la risposta muscolare.

Sembra assurdo pensare di non aver controllo sui nostri muscoli facciali, eppure tanto strano non è: pensate solo alla nostra risposta ad un rumore improvviso, alla faccia immortalata dalle foto – puntualissime – sulle montagne russe di un parco divertimenti o alla reazione di fronte ad un evento che ci fa perdere le staffe.

In pratica quindi, per una frazione di secondo, sul nostro volto si dipinge l’espressione dell’emozione che stiamo provando in quel momento. Che ci piaccia o meno.

Una scoperta eccezionale che si presta ad essere usata come uno strumento utilissimo, e soprattutto non invasivo, per gettare luce su alcuni aspetti delle emozioni che ancora ci sono sconosciuti. Unitamente al metodo FACS infatti, che può descrivere la microespressione nello stesso modo in cui descrive le espressioni di più lunga durata, l’analisi di un filmato può fornire dettagli preziosissimi riguardo allo stato emotivo del soggetto studiato, dettagli che magari erano sfuggiti in tempo reale.

Oltre che nel campo clinico e della ricerca psicologica, dove si contano ormai innumerevoli applicazioni, questo metodo può essere usato anche in ambito investigativo e nella produzione cinematografica. Il Paul Ekman Group ha infatti collaborato con la C.I.A., N.S.A, Disney Pixar ed Apple.

Nei prossimi articoli sull’argomento ci occuperemo nello specifico di come le microespressioni siano usate in ambito investigativo, cercando di capire le potenzialità di questo strumento e al tempo stesso smontando i tanti falsi miti che ruotano attorno ad esso.

Federico Bedostri

“He that winketh with the eye
causeth sorrow,
But the foolish of lips
shall be overthrovon”

Proverbi, 10:10

Bibliografia

  • Haggard, E. A., & Isaacs, K. S. (1966). Micro-momentary facial expressions as indicators of ego mechanisms in psychotherapy. In L. A. Gottschalk & A. H. Auerbach (Eds.), Methods of Research in Psychotherapy (pp. 154-165). New York: Appleton-Century-Crofts.
  • Carl-Herman Hjortsjö (1970). Man’s face and mimic language. Lund: Studentlitteratur
  • Ekman, P. & Friesen, W. V. (1971). Constants Across Cultures in the Face and Emotion. Journal of Personality and Social Psychology, 17(2) , 124-129.
  • Ekman, P., Friesen, W. V., & Tomkins, S. S. (1971). Facial Affect Scoring Technique: A First Validity Study. Semiotica, 3, 37-58.
  • Ekman, P., Friesen W. V., Hager, J.C., (1978; 2002). Facial Action Coding System. Paul Ekman Group

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