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LIBERO ARBITRIO TRA FILOSOFIA E NEUROSCIENZE

libero arbitrio

Descartes, filosofo del 1600, definì il libero arbitrio “una delle prime e più comuni nozioni innate”. Stava affermando che la possibilità che abbiamo di fare delle scelte nasce con noi. Questa credenza è diffusa da secoli ed è stata determinante nella storia e nello sviluppo delle società. Oltre a Descartes moltissimi altri pensatori di ogni genere sostengono l’idea che il pensiero e l’agire siano manifestazioni essenziali e irriducibili della nostra libertà e razionalità di esseri umani. Ad oggi, la fermezza e veridicità del concetto di libero arbitrio sono così parte della nostra quotidianità da aver costruito su esso una complessa struttura di leggi e regole del vivere sociale. Ci consideriamo dotati di libero arbitrio, abbiamo un margine più o meno vasto di possibilità di scelta e libertà di decisione, in altre parole possiamo autodeterminarci.

Per secoli, filosofi e teologi hanno sostenuto all’unanimità (o quasi) che la civiltà così come la conosciamo, dipende dalla fede dell’uomo nel libero arbitrio. Sarebbe troppo caotico infatti un mondo in cui l’uomo non si senta responsabile degli eventi che lo circondano. L’avvento del Cristianesimo sembrava poter mettere in crisi questa credenza, per l’esistenza della predeterminazione divina. Si è posta la questione del dover mediare tra la presenza di un Dio buono e l’esistenza del male nel mondo. Il pensiero sulla volontà e responsabilità del singolo ha visto davanti a sé due vie: quella della predeterminazione e quella dell’autodeterminazione.

Tuttavia, per la teologia, la filosofia, l’etica e la politica il dibattito arriva sempre al punto da affermare che l’uomo può scegliere tra bene e male, giusto e sbagliato, desideri e doveri. Di conseguenza l’individuo ha non solo possibilità ma soprattutto responsabilità di scelta.

Questa visione della civiltà è radicata nel mondo: in America alla base del famoso “sogno americano” c’è la convinzione che chiunque possa fare qualunque cosa di sé stesso; in Italia, i codici di procedura penale e civile si fondano sul concetto di responsabilità individuale: siamo tutti padroni delle nostre azioni e delle loro conseguenze fino a prova contraria. La nostra mente è indipendente dalla causalità delle leggi scientifiche e ogni aspetto del nostro pensare ad agire si riduce ad un atto di volontà.

Ma è effettivamente così? O, come sosteneva Kant, se non fossimo liberi di scegliere non avrebbe senso dire che dobbiamo scegliere la via del giusto?

Tra natura e cultura

Nel corso del tempo il concetto di libero arbitrio è stato analizzato da diverse prospettive, rimanendo sempre però ancorato all’uomo e alla sua mente. Negli ultimi anni anche psicologia e neuroscienze se ne sono occupate e hanno esposto nuove domande che potrebbero ampliarne o limitarne il significato.

Infatti, se da un lato l’evoluzione ha dato all’uomo sempre più capacità di affermare la propria volontà nel mondo, dall’altro la teoria evoluzionistica di Darwin ci insegna che alla base delle nostre scelte razionali ci sono sia fattori biologici che ambientali. Spieghiamo un po’ meglio: grazie alla teoria dell’evoluzione sappiamo che l’uomo agisce tramite una combinazione di fattori che interagiscono tra loro e questi provengono sia dal patrimonio genetico (“natura”) che dai condizionamenti ambientali (“cultura”). Ad esempio, il fatto che si scelga di fare un determinato mestiere piuttosto che un altro dipende sia da una predisposizione genetica che da esperienze e contesti culturali che hanno circondato e influenzato la persona (anche inconsapevolmente) nel suo corso di vita. Dunque, l’agire umano sarebbe un evento in cui interagiscono “natura” e “cultura”. Oltre a questo, le neuroscienze ci insegnano che anche la struttura e il funzionamento dei circuiti cerebrali sono determinati dalla stessa interazione. Prendendo quest’affermazione come dato di fatto, accettiamo anche che ci siano delle scelte e delle azioni umane sulle quali l’uomo non ha pieno controllo consapevole.

Per avere un riscontro nella realtà di queste teorie, ci basta pensare alle diverse situazioni in cui non possiamo esercitare un controllo cosciente sulle nostre azioni: nelle malattie neuro-degenerative come la demenza, nei casi di psicopatia, nei casi di traumi cranici (come quello di Phineas Gage) e in molti altri in cui il comportamento degli individui non rientra appieno nella loro responsabilità. Il cervello, come tutti gli altri organi, è una macchina, un sistema fisico e spesso non possiamo farlo funzionare a nostro piacimento.

Dall’occhio delle neuro

La ricerca in psicologia e neuroscienze negli ultimi 20 anni si è occupata anche di capire quanto le scelte degli individui siano autodeterminate.

L’interesse neuro scientifico al libero arbitrio è nato intorno agli anni ottanta del ‘900 e si è sviluppato tramite gli studi sull’intenzionalità del movimento, sulla psicopatologia criminale, sulle dipendenze e altri ancora. Cosa hanno in comune tra loro questi argomenti? Sono tutti stati il mezzo per mettere in discussione la purezza filosofica del concetto di libero arbitrio.

Nel 1977 Libet, un neuroscienziato americano, mise in piedi un esperimento per capire se il libero arbitrio fosse fisiologicamente possibile. Nel suo paradigma i partecipanti avevano il semplice compito di premere un tasto quando gli venisse in mente di farlo, mentre l’EEG (strumento di registrazione dell’attività elettrica cerebrale) osservava la fisiologia dell’azione tramite il comportamento dei neuroni coinvolti. Emerse una sequenza di eventi inaspettata: il cervello, con un’onda che corrisponde alla “preparazione dell’azione”, anticipa di 500 millisecondi la “sensazione di consapevolezza dell’azione”. Quindi il cervello prepara l’azione prima che l’individuo senta la necessità di compierla. Mezzo secondo può sembrare una differenza minima, ma ha invece un grande significato. Si stava affermando che l’intenzionalità di compiere un movimento (espressione del libero arbitrio) fosse una conseguenza e non una causa delle nostre azioni. Ci sentiremmo padroni delle nostre azioni tramite un’inferenza creata a posteriori e questo accadrebbe perché il movimento e l’intenzione di volerlo fare originano dallo stesso processo e dalle stesse aree cerebrali, quelle della programmazione motoria. Da qui il dibattito: il libero arbitrio è un’illusione creata dal nostro cervello per farci sentire padroni delle nostre azioni?

Nonostante sia un esperimento interessante, la scoperta di Libet è legata a un contesto di laboratorio che si discosta molto dalla realtà e dalle situazioni in cui le persone compiono effettivamente delle scelte e in cui hanno anche la possibilità di bloccare una decisione prima della completa attuazione della stessa, quindi di “inibire”.

La riflessione delle neuroscienze, però, non si ferma qui. Come accade per ogni altra azione umana, anche la decisione e l’autodeterminazione dipendono dall’attività di determinate aree cerebrali.

Il lobo frontale del cervello, soprattutto nella sua parte anteriore (corteccia orbito frontale) è legato alle funzioni di pianificazione e organizzazione dei comportamenti, alla costruzione della personalità e, cosa più importante, alla capacità di autocontrollo e inibizione. È facile dedurre come tutti questi elementi siano parte fondamentale dei processi decisionali e della libertà di azione. Di conseguenza, individui che a causa di traumi o malattie cerebrali riportano danni in queste aree (come ad esempio nel caso di Phineas Gage) possono avere capacità di controllo ridotta e di scelta alterata. Allo stesso modo psicopatologie come  il disturbo bipolare, il disturbo borderline di personalità, l’ADHD (deficit di attenzione ed iperattività), la malattia di Parkinson sono caratterizzate da un mal funzionamento della capacità inibitoria degli impulsi. In questi casi, quindi, è compromessa la capacità di distinguere una scelta giusta da una sbagliata pensando alle conseguenze quindi di rendersi conto che si sta per commettere un errore e bloccare quell’azione. Ancora, nei comportamenti di dipendenza da sostanze la gratificazione immediata associata all’assunzione della sostanza è preponderante rispetto a una ricompensa lontana nel tempo (che consiste nella perseverazione della salute). La caratteristica che vince è l’impulsività. Infine nella depressione, gli aspetti del disturbo dell’umore che influenzano la decisione sono l’auto-svalutazione, l’apatia, l’inerzia psicomotoria. Nella depressione le scelte che vinceranno saranno quelle congrue con un umore che tende al negativo, alla non necessità di scelta .

In tutti i casi sopra esposti il libero arbitrio è ridotto a causa di fattori patologici in parte fuori dal nostro controllo e non siamo nel campo delle opinioni. Le scoperte sul cervello e sui processi decisionali hanno influenzato il modo di vedere la volontarietà dell’azione e la libertà di scelta. Per molti tribunali, ad esempio, essere affetti da una patologia che compromette l’inibizione degli impulsi può essere un’attenuante in un processo d’omicidio.

Anche al di fuori della patologia, le nostre scelte sono determinate sì dai nostri obiettivi, ma anche dal nostro stato fisico e mentale, dalle nostre predisposizioni genetiche, dalla nostra emotività, da pressioni sociali ed economiche, da norme morali e pregiudizi, dalla possibilità di ricevere una ricompensa o di evitare una punizione.  In sostanza, le nostre scelte sono influenzate da una serie di fattori biologici, psicologici e sociali, dei quali non siamo pienamente consapevoli e che non possiamo sempre controllare. Dunque, qual è il margine di libertà del libero arbitrio?

Non stiamo di certo proponendo di abbracciare una visione completamente deterministica del mondo in cui gli individui non avrebbero responsabilità delle proprie azioni, né possibilità di costruirsi autonomamente il proprio futuro.  Tuttavia, prendiamo consapevolezza del fatto che il libero arbitrio non è la semplice espressione della nostra volontà incondizionata. Si tratta di un concetto scientificamente interessante ma che esprime appieno il suo valore in un contesto culturale, civile e filosofico.

Irene Sanità Gigante

Bibliografia

  1. De Caro, Mario. 2011. Libero arbitrio e neuroscienze. In Neuroetica. Scienze del cervello, filosofia e libero arbitrio, ed. Andrea Lavazza and Giuseppe Sartori. Bologna: Il Mulino.
  2. Furst  M.,  http://www.athenenoctua.it,  L’esperimento di Libet: siamo veramente liberi?,  Filosofia della Scienza, 2013.
  3. Lavazza  A.,  Free Will and Neuroscience: From Explaining Freedom Away to New Ways of Operationalizing and Measuring It,  Front Hum Neurosci,  2016; 1;10:262.
  4. Libet  B., «Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will involuntary action»,  Behav. Brain Sci, 1985; 8, 529–566.
  5. Schultz W.,  «Neuronal Reward and Decision Signals: From Theories to Data»,  Physiol Rev,  2015; 95 (3): 853-951

Sitografia

  1. https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/06/theres-no-such-thing-as-free-will/480750/
  2. https://www.bioeticanews.it/il-libero-arbitrio-e-le-neuroscienze-linquadramento-scientifico/
  3. https://www.focus.it/comportamento/psicologia/scelte-visibili-cervello-prima-volonta

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