DivulgazionePsicologia ClinicaTolgo Il Disturbo

La Schizofrenia

schizofrenia
Tempo di lettura 6 minuti

Martin Hansen: “Quelle… (le allucinazioni) Beh hai capito, se ne sono andate?”

John Nash “No, non se ne sono andate e forse non se ne andranno mai… Ma io mi sono abituato a ignorare loro e, forse, come risultato, loro hanno abbandonato me. Credi che sia così con i nostri sogni e i nostri incubi, Martin? Dobbiamo continuare ad alimentarli perché restano in vita?”

Martin Hansen: “Però sono cose che ti perseguitano…”

John Nash: “Sono il mio passato, Martin. Tutti sono perseguitati dal passato…”

A Beautiful Mind

“Sei schizzato?”, “Mi sembri proprio schizofrenico a volte!”, sono espressioni che vengono usate generalmente nel quotidiano per indicare momenti in cui qualcuno/a ci sembra un po’ fuori di sé, o “fuori dalle righe” attribuendo al termine, generalmente, una connotazione negativa!

Cosa significa questo termine? Che cos’è la schizofrenia?

È il Disturbo Mentale che da sempre ha ispirato miti e false leggende, alimentando la letteratura e una vasta produzione cinematografica.

Quali sono i falsi miti relativi a questo disturbo?

  1. Persone imprevedibili, isolate, pericolose e dalla doppia personalità, come se avessero un cervello diviso a metà (spesso viene confuso con il disturbo bipolare);
  2. Individui geniali, brillanti, spesso incompresi, incapaci di interagire attivamente con il mondo perché preda di allucinazioni uditive, visioni, deliri e percezioni del mondo che agli altri non sono concesse, alienati in mondi irraggiungibili e avvolti in un alone di mistero.

Un esempio, collegato a questo ultimo mito, è dato dal celebre film “A Beautiful Mind” che vinse nel 2002 l’Oscar come miglior film, miglior regia di Ron Howard e miglior sceneggiatura. La trama racconta la vita di John Forbes Nash matematico ed economista americano, inventore della “teoria dei giochi” che ha gettato le basi dell’economia contemporanea, vincitore del Premio Nobel nel 1994 e affetto da una severa forma di Schizofrenia Paranoide che lo costrinse a diversi ricoveri e cure invasive per più di 30 anni.

Solo a partire dagli anni 70, infatti, riuscì ad intraprendere una forma di trattamento efficace che permise di ottenere una radicale remissione dei sintomi nei primi anni 90.

“Il film si prende varie licenze poetiche, inventando episodi mai avvenuti, come le visioni o il compagno di stanza immaginario. Tuttavia, nel complesso riesce a trasmettere il mio pensiero distorto e la mia malattia mentale”.

Cit. Jhon Nash – riferendosi al film ispirato alla sua vita “A Beautiful Mind” (Oscar 2002)

John Nash partecipò attivamente alla creazione della sceneggiatura del film e morì nel maggio del 2015. Come evidenziato dal matematico, la sua vita, è stata romanzata un po’ all’interno del film, ma riesce comunque a coglierne l’essenza, trasmettendo la peculiarità del suo disturbo e della distorsione della realtà durante la fase dei deliri.

In cosa consiste, dunque, realmente la schizofrenia? Quali sono gli aspetti salienti di tale disturbo, così affascinante e fuori dal mito e dalla leggenda?

Scopriamolo insieme grazie alla nostra rubrica “Tolgo il disturbo…anzi no! Parliamone!

A beautiful mind, R. Howard, 2002.

La Schizofrenia: una prospettiva clinica

I primi casi riconducibili a questo disturbo furono osservati da Emil Kraeplin, neurologo svizzero che nel 1899 osservò in un gruppo di pazienti una sintomatologia che denominò “Dementia Praecox”.

Successivamente nei primi del 1900, Bleuer formulò il termine “schizofrenia”, dal greco “cervello diviso”. Questi pazienti infatti presentano una disorganizzazione quasi pervasiva e globale di diverse funzioni cognitive che si manifestano con sintomi specifici.

Ad oggi il DSM-5 (Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali 5 ediz. 2013) inserisce il disturbo in un più ampio spettro di sottotipologie chiamato “Disturbi dello Spettro Schizofrenico e altri disturbi psicotici”. Questa categoria diagnostica accoglie un insieme di disturbi psicotici con una gamma di sfumature cliniche anche molto distanti fra loro in termini di severità e livello di funzionamento.

La diagnosi viene effettuata analizzando la presenza di almeno due (o più) sintomi che devono persistere per un periodo maggiore di 6 mesi. I sintomi caratteristici sono deliri, allucinazioni, eloquio e comportamento disorganizzato, riduzione dell’espressione delle emozioni .

Per facilitare la comprensione ai lettori abbiamo deciso di utilizzare la categorizzazione dei sintomi utilizzata nelle precedenti versioni del manuale diagnostico : sintomi classificati come “positivi” (ovvero produttivi) e “negativi” (che arrecano un deficit).

Sintomi positivi:

Si presentano in aggiunta al normale funzionamento dell’individuo, in modo episodico e sono caratterizzati da deformazioni del comportamento, della percezione sensoriale e della forma e del contenuto del pensiero.

  • Comportamento: varia da irrequietezza ad eccessiva immobilità, mutacismo (impossibilità di comunicare a causa di un negativismo motorio o da particolari inibizioni, tipico nello stato catatonico), negativismo, obbedienza automatica, rigidità cerea o catatonia, (dove la persona assume sembianze da statua, con immobilità e inespressività).
  • La percezione sensoriale: le allucinazioni, ognuno dei cinque sensi può essere coinvolto in esperienze allucinatorie (ovvero percezioni in assenza di stimoli concreti). Si tratta di allucinazioni visive, allucinazione uditive (presenza di una o più voci percepite come minacciose o amichevoli) e più raramente allucinazioni tattili e olfattive.
  • Disturbi della forma del pensiero: sono osservabili sia nel linguaggio parlato che scritto e sono caratterizzati dalla perdita dei nessi associativi, eloquio disorganizzato (passare da un argomento all’altro senza connessioni logiche), incoerenza, incapacità di concentrarsi, pensieri illogici.
  • Disturbi del contenuto del pensiero: i deliri (idee oggettivamente false, derivanti da una deduzione errata della realtà). Questi si suddividono in deliri di:
    • persecuzione (convinzione di essere perseguitato o vittima di molestie);
    • grandezza (pensare di essere un personaggio illustre, famoso o con immensi poteri e abilità);
    • mistici (credere di essere in comunicazione con Dio e di essere stato prescelto per diffondere il “vero”);
    • gelosia (convinzione infondata sull’infedeltà del proprio partner);
    • riferimento (credere che ogni evento sia riferito alla propria persona);
    • influenzamento (convinzione che i propri pensieri siano influenzati da forze esterne);
    • somatici (credere che il proprio corpo si stia trasformando).

Sintomi negativi:

Riducono e limitano il normale funzionamento dell’individuo. Troviamo tra i vari sintomi: affettività ridotta, isolamento sociale, appiattimento emotivo, fissità dell’espressione facciale, riduzione dei movimenti spontanei, disinteresse nelle attività ricreative (apatia) e nelle relazioni interpersonali (anedonia), appiattimento affettivo e povertà di linguaggio, blocco e aumentata latenza nelle risposte (alogia).

I sintomi relativi al funzionamento cognitivo si manifestano in problemi nell’apprendimento e nella memoria, anche le funzioni esecutive sono inficiate (pensiero astratto, risoluzione dei problemi…).

Le ricerche evidenziano come tale disturbo sia presente nel 1.1% della popolazione, con una uguale prevalenza di genere sia maschile che femminile; l’unica differenza si riscontra nel periodo d’insorgenza dei sintomi (tra i 15 ed i 25 anni per i maschi, tra i 25 ed i 30 per le femmine). L’esordio precoce, inoltre, è solitamente associato a maggiore severità del disturbo [1].

Quali sono i fattori predisponenti di tale disturbo?

Non esiste una vera è propria causa scatenante della schizofrenia. D’altra parte, l’insorgenza di tale psicopatologia può essere rintracciata dall’unione di un insieme di fattori genetici, psicologici e ambientali, nonché di elementi di mantenimento del disturbo quali: isolamento e uso di sostanze!

Quali sono i principali approcci terapeutici per questo disturbo?

Terapia farmacologica (antipsicotici come la clozapina) associata a terapia psicologica e riabilitativa, come:

  • TERAPIA COGNITIVA COMPORTAMENTALE (CBT)

Ha lo scopo di aiutare il paziente nel processo di razionalizzazione dell’esperienza delirante, promuovendo una maggiore consapevolezza della realtà oggettiva.

Questo tipo di terapia risulta efficace nel trattamento dei sintomi positivi della schizofrenia.

  • PROGRAMMI DI PSICOEDUCAZIONE

Cercano di promuovere, sia nel paziente che nella famiglia, una maggiore comprensione del disturbo oltre a strategie di coping funzionali (tecniche, comportamenti adattivi che aiutano a fronteggiare le situazioni problematiche presenti e future). Tali programmi si sono dimostrati molto utili quando vengono estesi al contesto familiare, riducendo il numero di ricadute e ospedalizzazioni.

  • SOCIAL SKILL TRAINING (SST)

Tecniche che mirano a migliorare l’autonomia e la vita di comunità, utili per l’adattamento generale del paziente, sebbene risultino avere un effetto limitato sulle ricadute.

  • SUPPORTED EMPLOYMENT

Una serie di strategie che hanno l’obiettivo di aiutare il paziente nell’inserimento in un contesto lavorativo protetto [2].

Conclusioni

“Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo… Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti, come un cappellaio, e per fortuna io lo sono!”

Cappellaio Matto, Alice in the Wonderland

Alice in the Wonderland, T. Burton, 2010

Quando si parla di disturbi mentali, si provano spesso emozioni contrastanti: paura, perché non si conoscono e non si sa bene come comportarsi, ma anche curiosità perché l’ignoto e il mistero sono sempre affascinanti.

Il problema però, è che molte volte si osserva solo il disturbo, l’etichetta, e non la persona, l’individuo dotato di capacità di pensiero e di emozioni.

Chi ci dice qual è il limite tra normalità e pazzia? Sicuramente la cultura in cui viviamo. Di conseguenza, chi ha delle compromissioni a livello sociale, a causa di disturbi psichici, viene spesso stigmatizzato e isolato. Fare chiarezza, promuovendo la conoscenza di un disturbo mentale potrebbe essere un buon primo passo per eliminare delle barriere e convivere con maggiore empatia e consapevolezza, perché in fondo, tutti siamo un po’ “matti”!

Dott.ssa Laura L’Episcopo

Dott.ssa Giulia Civadda

Bibliografia

[1] American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author.

[2] M. Di Fiorino, J. G. Massei (2012). La schizofrenia: storia dei trattati delle psicosi e classificazione DSM e ICD. Manuale di terapia cognitiva delle psicosi. Milano: Franco Angeli.