Psicologia cognitiva

Il peso delle parole

il peso delle parole

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”

Romeo e Giulietta, Atto II scena II. William Shakespeare

Quante volte durante un viaggio all’estero è capitato di doverti ingegnare, gesticolando in modo ridicolo, per far capire al commesso del supermercato quello che stavi cercando? In questi momenti ci si rende pienamente conto di quanto la conoscenza di una lingua, e il suo utilizzo, sia alla base della nostra vita quotidiana.

L’apprendimento di una lingua è una delle caratteristiche più incredibili dell’essere umano: inconsapevoli della sua importanza, trascorriamo la maggior parte del tempo comunicando attraverso il linguaggio, scritto o orale che sia, senza renderci conto di quanto questo sia naturale e di quanto poco sforzo ci richieda.

Mediante il linguaggio, siamo in grado di condividere ed evocare dai più complessi concetti di meccanica quantistica fino alla barzelletta più bizzarra, possiamo rendere vivi i nostri pensieri più profondi nella mente del nostro interlocutore o interlocutrice e raccontare le storie fantasy più avvincenti al nostro fratellino.

Incredibile è anche il fatto che per apprendere la lingua i bambini e le bambine non compiano il minimo sforzo, anzi, la semplice esposizione ripetuta ad un ambiente linguistico (cioè essere costantemente a contatto con persone che parlano) è sufficiente perché questi/e apprendano le basi della loro lingua madre.

Cultura e lingua

Non è un mistero che la cultura influenzi ogni aspetto della nostra vita, dagli aspetti “macro” fino a quelli molto semplici, come i simboli: facendo un esempio, agli occhi di un abitante della Cina un “drago” non rimanda solo a uno spaventoso animale fantastico ma trasmette anche l’idea di fortuna, forza e saggezza, inspiegabile agli occhi di un/a occidentale.

In tutto il mondo le lingue parlate sono circa 7.000, queste differiscono notevolmente tra loro per la diversità di parole, per la struttura grammaticale e per suoni diametralmente opposti. Date queste differenti caratteristiche, in molti si sono domandati se la lingua che parliamo possa influenzare il modo in cui pensiamo.

Il primo a proporre l’ipotesi della relatività linguistica fu il linguista americano Benjamin Whorf il quale postulò che il linguaggio limiti a tal punto la natura del pensiero tanto che due persone parlanti lingue differenti saranno sempre cognitivamente diverse e l’una sarà incapace di pensare ciò che pensa l’altra (Whorf, 1956). Questa tesi fu abbandonata, poi ripresa e resa più moderata. Oggi, i sostenitori di questa ipotesi proporrebbero che ogni linguaggio veicola una sua “visione del mondo” e la infonde, almeno in parte, in chi lo parla.

 “Le diverse lingue influenzano le nostre menti in diversi modi, non per via di ciò che la nostra lingua ci permette di pensare, ma di ciò che ci obbliga abitualmente a pensare”.

(Deutscher, 2010)

Facciamo un esempio esplicativo di questo fenomeno: in inglese, se un vaso viene accidentalmente distrutto è comunque sottintesa la responsabilità di qualcuno (“He/she broke the vase”, cioè “lui/lei ha rotto il vaso”), in spagnolo, al contrario, dal momento che è stato un imprevisto, si tende ad usare la forma impersonale (“el jarrón  se rompió”, cioè “il vaso si è rotto”): queste due lingue spingono l’individuo verso una interpretazione specifica, e diametralmente opposta, della medesima situazione, addirittura introducendo il concetto di colpa (Boroditsky, 2011). La struttura della frase, vincolata dalla lingua che si parla e appresa tramite la cultura, li porta a prestare maggiore attenzione a specifici elementi della situazione piuttosto che ad altri. In un’aula di tribunale, quindi, uno spagnolo e un inglese accuserebbero la stessa persona avendo visto la medesima scena? O uno dei due sarà più magnanimo dell’altro?

Nel momento in cui acquisiamo una lingua inevitabilmente con essa apprendiamo degli schemi di pensiero che definiscono e influenzano tutte le nostre esperienze.

Sembrerebbe anche che la lingua influenzi perfino il modo di riconoscere e discriminare i colori, quindi qualcosa di puramente percettivo!

Esistono popolazioni, come i Dani, che utilizzano solamente due parole per indicare i colori, queste corrispondono all’incirca a “chiaro” e “scuro”, al contrario la popolazione russa ne ha addirittura due per indicare semplicemente il blu (siniy e goluboy). È stato riscontrato che i russi sono più rapidi nel riconoscimento e nella discriminazione delle tonalità di questo colore, rispetto alla popolazione inglese, proprio grazie alla lunga esperienza nel categorizzare queste due sfumature (Winawer et al., 2007).

Credit: Winawer et al., 2007

Vediamo altri esempi, a sostegno della relatività linguistica!

Lingua, tempo e spazio

Ci sono lingue, come quella inglese ma anche quella italiana, che obbligano ad esprimere certi tipi di informazioni, ad esempio il tempo in cui è accaduto un certo evento: deve ancora accadere? Sta succedendo in questo momento? È stato l’anno scorso? Il verbo e la sua declinazione esprimeranno queste informazioni. La lingua cinese, d’altro canto, non obbliga a fornire il medesimo dato perché la stessa forma verbale può essere usata indifferentemente per il tempo passato, presente e futuro. Questo non significa che i cinesi non sono in grado di esprimere il tempo o hanno difficoltà nella percezione dello stesso ma solo che la loro lingua non li costringe a pensare a certi tipi di informazioni (Deutscher, 2010).

Lera Boroditsky, psicologa e ricercatrice bielorussa, in una sua ricerca sulla percezione del tempo ha rilevato come inglesi e cinesi sembrino avere una concezione spaziale del tempo opposta. Gli inglesi (come gli italiani, d’altronde) utilizzano termini come “avanti” e “dietro” in senso orizzontale (ad esempio: “devo posticipare la data di quel meeting”, oppure “guarda avanti, al futuro”), e se dovessero disporre in ordine cronologico delle date lo farebbero posizionandole da sinistra a destra; al contrario i parlanti mandarino (cinese) tenderanno a posizionarle dall’alto in basso, come il verso imposto dalla loro scrittura. I Kuuk Thaayorre, una piccola tribù aborigena australiana, che utilizza i punti cardinali (nord, sud, est, ovest) al posto di termini come sinistra e destra, utilizzano il territorio: quando sono rivolti verso sud ordinano il tempo da sinistra a destra, quando sono rivolti verso nord lo ordinano da destra a sinistra, quando sono rivolti est, il tempo si dirige da avanti verso il corpo (Boroditsky, 2011). Questa particolarità gli permette di essere continuamente consapevoli del loro orientamento e così non potranno mai perdersi!

Femminile, maschile o neutro? La lingua e il genere

Alcune lingue, come l’italiano, lo spagnolo e il tedesco hanno il genere grammaticale (maschile, femminile o neutro), che viene assegnato ad ogni nome: in italiano, ad esempio, il sole è maschile, in tedesco invece è femminile. 

Uno studio del 2003 ha indagato le idee che abbiamo degli oggetti, rilevando che queste sono fortemente influenzate dal genere grammaticale assegnato alle parole dalla lingua: parole appartenenti al genere femminile tendevano ad essere associate ad aggettivi tipicamente femminili, viceversa il genere maschile richiamava aggettivi stereotipicamente virili a seconda della lingua parlata. La parola “ponte”, maschile in spagnolo e femminile in tedesco, viene descritta con attributi opposti dai due popoli: gli spagnoli descrivono il ponte come grande e possente, i tedeschi, invece, associano aggettivi che si addicono maggiormente ad uno stereotipo femminile, quali “bello”, “elegante”, “slanciato” (Boroditsky et al., 2003).

Mind the gap

La lingua italiana, si sa, è maschilista per natura e la rappresentazione del genere femminile viene sistematicamente negata dall’utilizzo massiccio della forma maschile. La discrepanza di genere è evidente soprattutto quando si declina il nome al plurale, dal momento che la forma maschile prevale sempre sul femminile anche se ci sono elementi di entrambi i generi.

Dagli esempi visti finora è evidente che il linguaggio, influenzando molteplici aspetti di base della nostra visione del mondo, avrà effetti invisibili, ma tangibili, sui messaggi veicolati e la comprensione di un messaggio può essere alterata dal modo in cui questo viene espresso.

Ne consegue che l’ineguaglianza sociale e le disparità di opportunità tra uomini e donne, nella quotidianità, sono mantenute e perpetuate in moltissimi modi, tra questi c’è l’uso del linguaggio. È stato dimostrato, ad esempio, che quando si scrive un annuncio di lavoro semplicemente utilizzando parole che rimandano a stereotipi maschili (competitivo, dominante, leader) le donne saranno meno inclini a proporsi per quel lavoro, arrivando a ritenerlo meno interessante rispetto a quando il medesimo articolo viene scritto nominando parole più stereotipicamente femminili, come supporto e comprensione (Gaucher et al., 2011).

Il linguaggio è, in conclusione, un potentissimo strumento che riflette e influenza, in maniera inconsapevole e pervasiva, la percezione, gli atteggiamenti e, di conseguenza, i comportamenti di tutti noi. Per alcuni/e, l’innovazione del linguaggio, in modo che questo esprima la parità di genere, potrebbe sembrare una questione irrilevante o perfino eccessiva e può venire sminuita con commenti sarcastici o denigratori. Alla luce di quanto detto precedentemente, tuttavia, forse questo sforzo potrebbe apparire più sensato e dare un nuovo slancio verso il raggiungimento della tanto agognata uguaglianza e dell’abbattimento degli stereotipi di genere.

Benedetta Ciabattoni

Bibliografia

Boroditsky, L. (2011). How language shapes thought. Scientific American, 304(2), 62–65.

Boroditsky, L., Schmidt, L. A., & Phillips, W. (2003). Sex, syntax, and semantics. Language in Mind: Advances in the Study of Language and Thought, 61–79.

Deutscher, G. (2010). Does your language shape how you think. The New York Times, 29.

Gaucher, D., Friesen, J., & Kay, A. C. (2011). Evidence that gendered wording in job advertisements exists and sustains gender inequality. Journal of Personality and Social Psychology, 101(1), 109.

Whorf, B. L. (1956). Language, thought, and reality: selected writings of….(Edited by John B. Carroll.).

Winawer, J., Witthoft, N., Frank, M. C., Wu, L., Wade, A. R., & Boroditsky, L. (2007). Russian blues reveal effects of language on color discrimination. Proceedings of the National Academy of Sciences, 104(19), 7780–7785.

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