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Piacerò o non piacerò? Uno sguardo all’effetto placebo

effetto placebo
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Tra le tante cose, la psicologia è uno straordinario vocabolario di espressioni complesse. Alcune più curiose di altre. Nella classifica delle più interessanti, per me rientra l’effetto pigmalione. A parte la parola inusuale, l’espressione richiama un concetto alquanto sorprendente. Pigmalione è un personaggio mitologico, re di Cipro, che aveva scolpito una statua raffigurante una donna. Lo scultore si compiacque del proprio lavoro a tal punto da chiedere ad Afrodite, dea della bellezza, di trasformare la statua in una donna vivente, e poi la sposò. 

Cosa significa, allora, effetto pigmalione? In psicologia, prende anche il nome di profezia che si auto-avvera e consiste nella capacità della nostra aspettativa di modificare la natura degli eventi. Più propriamente, è la nostra tendenza a conformarci all’immagine che gli altri hanno su di noi, proprio in virtù di tale aspettativa, giusta o sbagliata che sia.

È un concetto di psicologia sociale che poco ha a che fare con la psicofarmacologia, eppure credo possa esserci utile per guardare da vicino il potere dell’aspettativa nell’effetto placebo. Nel mito greco, è Afrodite che svolge il ruolo di assecondare le aspettative dell’uomo. Nel nostro mondo, non meno leggendario, l’Afrodite che trasforma le aspettative in realtà è niente meno che il nostro cervello.

L’EFFETTO PLACEBO

In medicina, l’effetto placebo consiste nell’esito curativo di una sostanza che non contiene alcun principio attivo, ovvero che, da un punto di vista farmacologico, non ha alcun potere curativo. L’elemento che consente alla sostanza inerte di comportarsi come un farmaco è proprio la credenza che l’individuo ha rispetto al potere della sostanza stessa. Per spiegarla in altri termini, la statua scolpita dal re di Cipro è la sostanza senza principio attivo (che chiameremo semplicemente placebo). Il re di Cipro è il paziente con alte aspettative riguardo l’efficacia della pillola che sta per ingerire. Afrodite è l’insieme di meccanismi neurobiologici che si attivano quando l’aspettativa è alta, e che producono un effetto terapeutico, anche in assenza di un reale farmaco.

Il termine placebo è il futuro semplice del verbo latino plăcēre, e significa appunto “io piacerò”. L’effetto placebo, infatti, rende piacevole, o meglio efficace, un bicchiere d’acqua o una pillola composta solo da amido. È bene, però, sottolineare, che il meccanismo non vale per qualsiasi medicinale da sostituire, così come non è efficace per tutte le patologie e, soprattutto, dipende enormemente dalla suggestionabilità dell’individuo.

Viceversa, esiste anche l’effetto nocebo. Questo corrisponde all’emergere di effetti negativi di una sostanza che in realtà non ne ha. Anche in questo caso, l’elemento determinante è la convinzione che gli effetti negativi si verifichino. Un esempio è l’emergere di un effetto collaterale non previsto dal farmaco, solo in conseguenza alla ferma supposizione che dovrà presentarsi.

PROCESSI COINVOLTI

Come già accennato, l’effetto placebo è l’esito di una forte aspettativa. In termini psicologici, l’aspettativa è la convinzione personale circa il verificarsi o meno di un evento. Gli studi sul placebo mostrano come non tutti possano essere considerati placebo responders, ovvero soggetti in grado di generare una risposta placebo [1]. La storia clinica del paziente, il grado di informazioni che possiede riguardo il farmaco, il contesto psicosociale e le caratteristiche stesse del soggetto influiscono tutte sulla risposta. Al tempo stesso, il modo in cui l’operatore sanitario descrive la terapia e anche il luogo e la modalità di somministrazione hanno un importante ruolo nell’aumentare o ridurre l’aspettativa. In questo caso si parla di rituale dell’atto terapeutico, che si costituisce di gesti, parole, atteggiamenti dell’operatore sanitario e caratteristiche fisiche del farmaco (vista, odore, sensazione al tatto). Per esempio, ricevere un’iniezione di antidolorifico da un infermiere che racconta dettagliatamente l’efficacia del farmaco, in un ambiente ospedaliero, avrà presumibilmente più effetto dell’auto-somministrazione per bocca, a casa, di un antidolorifico con lo stesso principio attivo (tenendo conto, ovviamente, delle differenti tempistiche) [2]. Conoscere questi processi, allora, risulta di grande utilità sia per il paziente sia per l’operatore sanitario. Sapere che c’è una mente in grado di interpretare il contesto, potenziando gli effetti di una sostanza, consente di modulare tutti quegli elementi che nei fatti aumentano l’aspettativa.

NEUROBIOLOGIA DELL’EFFETTO PLACEBO

L’effetto placebo è un meccanismo psicologico che poggia su solidi processi neurobiologici. Quello che oggi si conosce rispetto alla neurobiologia dell’effetto placebo è il risultato di studi farmacologici, di risonanza magnetica e di EEG (elettroencefalografia).

Nello specifico, uno studio di Amanzio e Benedetti del 1999 [3] ha evidenziato che l’effetto placebo utilizza il sistema degli oppioidi endogeni (sostanze prodotte dal nostro corpo, con effetti simili alla morfina e agli altri oppiacei). Nell’esperimento condotto, per tre giorni consecutivi viene indotto dolore, artificialmente, al soggetto (si tratta di un dolore tollerabile) e successivamente viene somministrata una certa quantità di morfina. Il quarto giorno, dopo l’esperienza del dolore, al soggetto viene fornito un placebo, quindi una sostanza inerte, ma lo sperimentatore riferisce che si tratti di morfina, così come ha fatto nei giorni precedenti. Il soggetto, credendo di aver ricevuto la morfina, si sente meglio. Nei fatti, la sostanza inerte è stata capace di attivare gli stessi recettori attivati dalla morfina nei giorni precedenti!

Accanto a questa evidenza, studi di risonanza magnetica [4] mostrano che il sollievo indotto dalla morfina e quello indotto da un placebo attivano le stesse aree cerebrali. In particolare, si attivano alcune specifiche aree frontali.

In ultimo, studi di EEG forniscono ulteriori prove delle modificazioni alla base dell’effetto placebo. Quando un individuo percepisce una sensazione dolorosa, nei primi 200ms si genera una determinata onda cerebrale. Variazioni di quest’onda corrispondono a variazioni di percezione dolorifica. Una ricerca [2] mostra come l’aspettativa di ricevere meno dolore è in grado di modificare l’onda EEG, anche se lo stimolo dolorifico rimane, nei fatti, lo stesso!

UN ESEMPIO PRATICO: IL CASO DEL PARKINSON

La malattia di Parkinson consiste nella perdita di dopamina. La riduzione di tale neurotrasmettitore comporta vari sintomi, tra cui tremore a riposo, instabilità posturale, rigidità e lentezza nei movimenti. Un tipo di terapia, quindi, consiste nella somministrazione di un farmaco capace di aumentare il rilascio di dopamina nel cervello del paziente. È affascinante scoprire che, dopo un’opportuna fase di condizionamento (periodo in cui il paziente riceve il vero farmaco e osserva un miglioramento dei sintomi), la somministrazione di una sostanza inerte è in grado di aumentare la dopamina se il paziente continua a credere di assumere la terapia. Tale aumento corrisponde anche in questo caso ad un miglioramento dei sintomi [5].

Cosa ci insegna tutto questo? Che possiamo fare a meno dei farmaci e nascondere la verità ai pazienti? Assolutamente no. La risposta placebo dipende molto da una precedente fase di esposizione al farmaco effettivo, in quanto il cervello deve ricevere il giusto condizionamento prima di generare una risposta autonoma. L’effetto placebo, inoltre, non ha la stessa efficacia con tutte le patologie e con tutti i tipi di pazienti.

Questo sorprendente meccanismo, tuttavia, ci ricorda che l’essere umano ha un numero infinito di strumenti di guarigione. I farmaci sono imprescindibili e sono una conquista da proteggere, ma è fondamentale sapere che il nostro cervello può plasmare i loro effetti e, dopo opportune strategie, anche replicarli!

In conclusione, sfruttare l’effetto placebo e nocebo a nostro vantaggio vuol dire considerarlo nelle terapie allo scopo di ridurre le concentrazioni di principio attivo quando è possibile. Vuol dire anche migliorare la comunicazione delle terapie da parte dell’operatore sanitario e curare gli aspetti contestuali alla somministrazione. E, soprattutto, non dare per scontato che il nostro cervello abbia tanto potere: il nostro compito è saperlo sfruttare a nostro vantaggio!

Marina Cariello

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

[1] Benedetti F. Il cervello del paziente. Le neuroscienze della relazione medico-paziente. 2012. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

[2] Benedetti F. Effetti placebo e nocebo. Dalla fisiologia alla clinica. 2015. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

[3] Amanzio M, Benedetti F. Neuropharmacological dissection of placebo analgesia: expectation-activated opioid systems versus conditioning-activated specific subsystems. J Neurosci. 1999 Jan 1;19(1):484-94.

[4] Keltner, J. R., Furst, A., Fan, C., Redfern, R., Inglis, B., & Fields, H. L. (2006). Isolating the modulatory effect of expectation on pain transmission: a functional magnetic resonance imaging study. Journal of Neuroscience26(16), 4437-4443.

[5] Frisaldi, E., Carlino, E., Zibetti, M., Barbiani, D., Dematteis, F., Lanotte, M., … & Benedetti, F. (2017). The placebo effect on bradykinesia in Parkinson’s disease with and without prior drug conditioning. Movement Disorders32(10), 1474-1478.

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