DivulgazionePsicologia ClinicaPsicologia della prevenzione

I Disturbi del Comportamento Alimentare nel 2020: lo stato dell’arte

disturbi alimentari

Si sente spesso dire che i disturbi alimentari colpiscano solo le donne e siano unicamente un tentativo per attirare l’attenzione su di sé. In realtà, quando una persona dice di voler perdere peso che cosa significa davvero? Si tratta soltanto del peso? Che cosa desidera veramente?


Negli ultimi decenni si è assistito all’aumento ed alla diffusione sempre più massiccia dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) che stanno assumendo anche forme nuove e si estendono inesorabilmente a popolazioni prima poco interessate dal problema. Se prima il disturbo riguardava perlopiù giovani adolescenti, o in generale il sesso femminile, ora il fenomeno si estende fino a comprendere anche gli uomini e nuove fasce di età.


I “classici” disturbi alimentari nel DSM-5 vengono classificati in:

  • Anoressia Nervosa (AN), dal greco ἀνορεξία cioè “privazione dell’appetito”, si manifesta con il rifiuto del cibo per la paura ossessiva di ingrassare o di essere grassi, che si accompagna ad una distorsione dell’immagine corporea. I pazienti, nella ricerca continua della magrezza, mettono in atto una significativa riduzione dell’assunzione di cibo che comporta una rilevante perdita di peso corporeo in tempi molto rapidi.
  • Bulimia Nervosa (BN) dal greco βουλιμία, letteralmente “fame da bue”, è un disturbo che comporta il bisogno incontrollabile di abbuffarsi ed ingerire, in maniera compulsiva, in un breve lasso di tempo, qualsiasi alimento in quantità significativamente superiori a quelle che la maggior parte delle persone mangerebbe nelle stesse circostanze. Al fine di evitare l’aumento di peso, come conseguenza dell’abbuffata, i soggetti sono portati a mettere in atto comportamenti compensatori, come il vomito autoindotto, l’eccessivo esercizio fisico o l’uso di lassativi.
  • Binge Eating Disorder (BED), il disturbo da alimentazione incontrollata, si caratterizza per l’alternanza di periodi di forti restrizioni alimentari con momenti in cui le persone mettono in atto vere e proprie abbuffate. Il digiuno che i soggetti si autoimpongono ritarda il momento dell’assunzione di cibo, ma questo rimandare ne aumenta unicamente il desiderio, portando alla conseguente perdita di controllo con l’abbuffata.
  • Altri disturbi della nutrizione o dell’alimentazione con o senza specificazione ovvero tutte quelle manifestazioni in cui i sintomi caratteristici di un disturbo dell’alimentazione predominano, pur non soddisfacendo pienamente tutti i criteri diagnostici per un determinato disturbo specifico.

A questi si affiancano nuove fenomenologie, la cui diffusione è in continuo aumento, come l’ossessione per i muscoli (bigoressia) o per il mangiare sano (ortoressia).
Inizialmente, i disturbi dell’alimentazione erano stati identificati come problemi femminili, motivo per cui gli uomini che ne soffrivano erano soggetti ad emarginazione e stigmatizzazione. Ad oggi, i ragazzi che soffrono di patologie alimentari sono in aumento dal momento che le preoccupazioni per il corpo, per la forma fisica e per l’apparenza in generale, fino al secolo scorso prerogativa quasi esclusivamente femminile, riguardano adesso sempre più anche il mondo maschile.
Nei disturbi alimentari maschili, tuttavia, la focalizzazione sul corpo è più spesso caratterizzata da una ricerca ossessiva della muscolazione, analoga alla ricerca di magrezza nell’anoressia femminile.

È questo il caso della bigoressia nella quale, per migliorare il proprio aspetto fisico e cambiare la propria immagine, si tende ad utilizzare soprattutto l’esercizio fisico (che assume aspetti di pratica ossessiva) finalizzato all’acquisizione di massa muscolare, associato a diete iperproteiche ed ipocaloriche e all’uso/abuso di integratori per ottenere una maggior massa muscolare.
Mediamente, l’età d’insorgenza dei disturbi alimentari riguarda il periodo adolescenziale poiché esso rappresenta un momento di grande vulnerabilità, accompagnato da cambiamenti sia corporei che psicologici. Tali cambiamenti possono facilmente portare gli individui a sviluppare insoddisfazione per l’immagine corporea e ad esasperare strategie di controllo disfunzionali riferite al peso, al corpo e all’alimentazione.

Cause e fattori predisponenti

Quali sono le cause di questi disturbi? Perché al giorno d’oggi sono sempre di più i ragazzi e le ragazze che manifestano problematiche legate all’alimentazione, al corpo e al peso?

I disturbi dell’alimentazione sono considerati delle patologie complesse ad eziologia multifattoriale, questo significa che il loro verificarsi è determinato da più concause. Nel caso di pazienti adolescenti, così come nei bambini, il corpo, e di conseguenza il cibo, rappresenta un modo per esprimere e far fronte a sentimenti di angoscia. Per questo motivo, spesso il disturbo alimentare diviene espressione di uno stato di disagio che può scaturire da diverse motivazioni. Alcuni esempi possono essere i vissuti di inferiorità e inadeguatezza nei confronti dei coetanei, la presenza di problematiche in ambito familiare o il disagio conseguente alle trasformazioni corporee che avvengono in adolescenza.

Studi attuali, hanno evidenziato l’esistenza di alcuni potenziali fattori di rischio nello sviluppo dei DCA, tra cui: la pressione percepita per la magrezza e l’interiorizzazione di questo ideale, l’insoddisfazione corporea, le restrizioni dietetiche e gli stati emotivi negativi associati all’alimentazione.

I disturbi alimentari sono, infatti, riconosciuti come patologie fortemente connesse alla presenza di modelli culturali e di costume, tanto da essere stati definiti culture bounded, cioè influenzati dalla cultura della società di appartenenza. I modelli estetici contemporanei, che esaltano la magrezza come ideale femminile e la definizione muscolare come controparte maschile, sembrano avere un ruolo centrale nell’insorgenza di questi disturbi, influenzando negativamente l’autostima dei/delle giovani ragazzi/e e inducendo a seguire regimi dietetici esasperanti.

Ritornando alla domanda iniziale, ovvero se dietro alla volontà di perdere peso ci sia unicamente l’intenzione di dimagrire, si può dire che in realtà molto spesso alla base vi sia il desiderio di raggiungere gli standard ideali, dettati dalla società, che si crede possano portare alla tanto ricercata felicità.

La conseguenza di questa continua e insistente pressione sul corpo è innanzitutto dovuta ad una diffusa insoddisfazione rispetto alla propria fisicità che pervade sempre più non solo le donne ma anche gli uomini.

In quest’epoca un ruolo fondamentale viene svolto anche dalla rete internet che è in grado di veicolare messaggi negativi e altamente condizionanti; basti pensare ai cosiddetti siti pro-Ana, ovvero a favore dell’anoressia, siti che, tramite l’utilizzo del web, trasmettono modelli culturali che enfatizzano la magrezza, pubblicizzano comportamenti patologici volti al controllo del peso e forniscono anche consigli su come dimagrire in maniera drastica ed estrema.
Altro fenomeno sempre più diffuso, che sta prendendo piede grazie ai social, è quello delle Diet Industry che comprendono tutte le iniziative commerciali che propongono sistemi per perdere peso in maniera facile e veloce. Tale mercato della dieta non solo è responsabile dell’aggravamento dell’obesità ma rappresenta un fattore predisponente ai DCA poiché, attraverso informazioni false e confondenti, crea disorientamento minando l’equilibrio dell’individuo sul piano emotivo e psicologico. Ogni programma di perdita di peso viene definito “facile da seguire ed efficace al 100%” senza affiancarlo ad esercizio fisico o particolari restrizioni che possano richiedere un eccessivo sforzo. Il fallimento, spesso, è dietro l’angolo e le conseguenze sull’autostima e sulla motivazione personale, solitamente, sono importanti.
Altro fattore di rischio per l’insorgenza di disturbi alimentari è l’aver subito eventi di vita stressanti o traumatici: vi è infatti una forte correlazione tra l’esistenza di esperienze traumatiche e il rischio di sviluppare disturbi alimentari.

Numerosi studi hanno evidenziato come l’esperienza di eventi traumatici sia presente in circa il 30% delle persone affette da disturbi alimentari. Tra gli eventi indagati in letteratura si ritrovano gli abusi di natura fisica, sessuale e ragioni di carattere emotivo. Un’esperienza traumatica ad oggi molto diffusa, soprattutto nei contesti scolastici, è quella del bullismo che può portare alla manifestazione di disturbi del comportamento alimentare poiché, per mezzo di derisioni da parte dei coetanei sul peso o sull’aspetto fisico, aumentano le percezioni negative che le vittime hanno verso il proprio corpo.
Un altro fenomeno su cui è importante far luce è quello della fame emotiva.

Emozioni negative e alimentazione

A chi non è mai successo di mangiare perché ha avuto una brutta giornata o perché si sente giù di morale?

È questo il caso della fame emotiva, anche detta alimentazione emotiva, ovvero la tendenza a mangiare in eccesso come risposta ad uno stato emotivo percepito come spiacevole.

La fame emotiva rappresenta un meccanismo disadattivo di gestione delle emozioni, ovvero un modo di affrontare il malessere emotivo cercando di minimizzare ed evitare le emozioni spiacevoli. Si manifesta attraverso la voglia improvvisa e irrefrenabile di mangiare un cibo appagante, quasi sempre dolci o alimenti ipercalorici. Si cerca dunque di “annegare” nel cibo la tristezza, lo stress o l’ansia, anche se con il tempo si ottiene unicamente un peggioramento dello stato d’animo.

Mangiare infatti con l’obiettivo di calmare le emozioni produce a lungo andare un effetto contrario: non solo non diminuisce il malessere emotivo ma i sensi di colpa, che emergono dopo l’ingestione del grande quantitativo di cibo, fanno aumentare il malessere. Ci sono persone che mangiano di più quando sono tristi, altre quando sono nervose o annoiate e questo perché le emozioni possono alterare la sensazione di fame e di sazietà. In questi casi il cibo diviene un mezzo per consolarsi, per colmare un vuoto andando a sostituire gli affetti o la mancanza di una persona cara oppure per regolare o placare sensazioni dolorose; la ricerca di un momento di benessere porta così alla ricerca del cibo.

In questi casi spesso le persone sono portate a mangiare anche quando non ne hanno fisiologicamente bisogno e ingeriscono quantità di cibo superiori a quelle necessarie, senza essere poi capaci di smettere di mangiare nemmeno quando si sentono sazi. A tal proposito allora, è importante fermarsi un attimo prima di “buttarsi” sul cibo e domandarsi se quella che si prova è veramente fame o se è solo un impulso irrefrenabile dettato da un’emozione.

Cosa può aiutarci in questi casi?

Bisogna imparare a riconoscere ciò che si prova, ciò che si sente, a connettersi con il proprio corpo e a gestire di conseguenza le proprie emozioni, sia quelle piacevoli che quelle quelle spiacevoli.

Non basta saper gestire ciò che si prova, bisogna imparare a stare dentro le emozioni perché negarle o nasconderle mangiando cibi, molto spesso anche poco salutari, non farà star meglio.

E’ anche importante tenere a mente che non bisogna battere o combattere la fame e che non si è persone con poca forza di volontà o incapaci se non si riesce a liberarsi o a resistere agli stimoli della fame.

È bene smettere di pensare alla fame come se fosse un qualche cosa da gestire. Bisogna imparare, invece, ad ascoltare il proprio corpo e i propri bisogni, a sintonizzarsi con essi e iniziare a prendersi cura di se stessi.

Dott.ssa Francesca Mannello Psicologa Clinica

Bibliografia

Dalla Ragione L. (2005), La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi DCA, il Pensiero Scientifico Editore, Roma.

Fairburn CG, Cooper Z. (2011). Eating disorders, DSM–5 and clinical reality. Br J Psychiatry., 198(1), 8–10.

Huang J.S., Norman G.J., Zabinski M.F., Calfas K., Patrick K. (2007). Body image and Self–esteem among Adolescents undergoing an intervention Targeting dietary and physical Activity Behaviors. J Adolesc Health; 40(3): 245–251.

Thomsen S.R., Weber M.M. & Brown L.B. (2002). The relationship between reading beauty and fashion magazines and the use of pathogenic dieting methods among adolescent females. Adolescence, 37(145), 1–18.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *