Psicologia al lavoro

Su diritti dei lavoratori e psicologia del lavoro

La Festa dei Lavoratori è celebrata per ricordare le lotte per i diritti dei lavoratori, sorte per ridurre gli insostenibili orari di lavoro, per sradicare lo sfruttamento e per richiedere l’introduzione di tutele.
I processi lavorativi, a distanza di decenni da quelle lotte, sono radicalmente cambiati: il lavoro si è frammentato, automatizzato, in parte digitalizzato, certamente individualizzato.

Manifestazione per il primo maggio in Italia, negli anni cinquanta. (Wikipedia)

Ancora più bruscamente nelle ultime settimane di isolamento e distanziamento, l’esperienza lavorativa è mutata per tutti: per alcuni il lavoro è sospeso senza prospettive per il futuro, per altri continua con paure e più stringenti disposizioni per la protezione individuale, per altri ancora non ha inizio un eventuale nuovo lavoro.
Nonostante la pandemia, i diritti dei lavoratori non devono essere dimenticati, in particolare è necessario garantire tutele per tutte le categorie professionali, attenzione alla prevenzione per il benessere psicofisico e possibilità di conciliare vita privata e lavoro (work life balance).

Per comprendere gli aspetti psicosociali del mondo del lavoro, ci possiamo affidare alla psicologia del lavoro, disciplina che studia le condotte lavorative, cioè le cognizioni, i sentimenti, i comportamenti legati all’esperienza lavorativa in un contesto sociale e organizzativo (Sarchielli, 2013). È importantissimo analizzare i contesti professionali: pensiamo a quanto tempo nella vita di un individuo è associato al lavoro.

In questo periodo è molto complesso avere una prospettiva sulle modalità e i tempi di lavoro del prossimo futuro e il nostro equilibrio psicologico è intaccato da un certo livello di imprevedibilità, la rottura di una cornice dove inserire la nostra identità professionale. Stiamo vivendo un’enorme e inedita fase di transizione: per una parte di popolazione è, purtroppo, subentrata la disoccupazione, per un’altra grande parte è impossibile svolgere la regolare attività lavorativa: una condizione con emozioni, stati d’animo e reazioni assimilabili alla disoccupazione o non occupazione. Consideriamo che i danni generati dalla disoccupazione, in particolare nel periodo dell’inserimento professionale (fino ai 30-35 anni), sembrano soprattutto riconducibili al mancato soddisfacimento dei bisogni relazionali e sociali e solo in seconda battuta alle criticità economiche (Creed & Watson, 2003). Tali bisogni sono evidentemente insoddisfatti anche in questo periodo di attività lavorativa sospesa, modificata, interrotta, alternata.
Il lavoro soddisfa bisogni anche in modo indiretto:

  • struttura il tempo
  • impone l’attività
  • crea occasioni di contatto con altre persone
  • fornisce obiettivi comuni ad altri
  • permette di definire il proprio status sociale

Evidentemente nell’attuale contesto questi bisogni, parzialmente o totalmente, non possono essere soddisfatti, provocando stati di noia, insoddisfazione, assenza di obiettivi, tristezza, sconforto. Non esistono ricette magiche adatte a tutti, certamente il primo passo è condividere ciò che proviamo con le persone per noi importanti. Inoltre, può assumere valore concedere tempo e spazio alla socializzazione, con i mezzi a disposizione, considerando la netta diminuzione di contatti sociali.

Anche chi lavora – e sono milioni di persone – subisce dei cambiamenti. Ogni cambiamento, soprattutto in situazioni considerate routinarie, può provocare un innalzamento dei livelli di stress. Nello stesso modo, anche la paura del contagio, dovendo comunque recarsi sul luogo di lavoro, genera ansia.
In ogni contesto professionale è previsto il rispetto di misure di prevenzione e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, come mascherine e guanti. Indossare una mascherina per otto, quattro, sei ore non è affatto comodo, come dimostrano alcune foto di personale sanitario con evidenti segni cutanei. In questo caso si dovrà concertare con il datore di lavoro l’acquisto del materiale di protezione individuale più idoneo al contesto lavorativo, che vuol dire anche adeguato a preservare il benessere psicofisico dei lavoratori. Nel luogo di lavoro deve essere garantita la salute degli individui, che vuol dire sia fornire i dispositivi di protezione individuale sia consentire condizioni di lavoro salubri ed ergonomiche.

Un pensiero molto importante va alla conciliazione lavoro-vita privata. È un aspetto imprescindibile negli studi di psicologia del lavoro, perchè le persone non sono fatte a compartimenti stagni: chi dice di lasciare a casa dal lavoro i propri problemi o mente o è un illuso. Questa è solo una semplificazione per affermare più compiutamente che i luoghi di lavoro con un livello di benessere (e quindi di produttività) maggiore hanno attenzione alla conciliazione del lavoro con la vita privata e familiare dei propri dipendenti e collaboratori. Tra qualche giorno dovrebbero riapire moltissime attività lavorative, altre apriranno più avanti, ma sono certo che la work-life balance sia stata citata raramente nei diversi comitati tecnico-scientifici nominati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri o dai diversi Ministeri, ma è un problema di approccio al lavoro che viene da molto prima dell’emergenza causata dal COVID-19. In molte occasioni le famiglie saranno in difficoltà e, come accade spesso, a pagarne le conseguenze saranno prima di tutto le donne, perchè nella nostra società è ancora diffusa l’idea che debba essere prioritariamente l’uomo ad avere responsabilità economica sulla famiglia (Rantakeisa et al., 1999). Auspichiamo che nelle prossime settimane si possano progettare modalità di conciliazione per il benessere delle famiglie e dei lavoratori.

Danilo Buonora

Bibliografia

  • Creed, P.A. & Watson, T. (2003). Age, Gender, Psychological Wellbeing and the Impact of Losing the Latent and Manifest Benefits of Employment in Unemployed People. Australian Journal of Psychology, 55 (2), 95-103.
  • Fana, M. (2017). Non è lavoro, è sfruttamento. Tempi Nuovi, Editori Laterza.
  • Rantakeisa, U., Starrin, B. & Hagquist, C. (1999). Financial hardship and shame: a tentative model to understand the social and health effects of unemployment. British Journal of Social Work, 29, 877-901.
  • Roggerone, F. (2014). Il lavoro che non c’è – Disoccupati, inoccupati, neet: come affrontare la perdita o la mancanza del posto di lavoro. Castelvecchi, Lit Edizioni Srl.
  • Sarchielli, G. (2013). Psicologia del lavoro. Il Mulino.

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