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Didattica a Distanza: pro e contro a posteriori

didattica a distanza
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Il periodo storico in cui viviamo richiede una forte capacità di adattamento, dal momento che la situazione pandemica ha influito su ogni ambito di vita: sanitario, lavorativo, relazionale e chiaramente anche educativo.

La scuola, così come l’università, ha dovuto fronteggiare una sfida mettendo in campo flessibilità e adattabilità – caratteristiche che non siamo abituati ad associare alla scuola italiana. La parola chiave della didattica dell’ultimo anno è “riadattamento” dei tempi, dei modi e dei luoghi di apprendimento.

Dal momento in cui i provvedimenti governativi hanno disposto l’attivazione della modalità DaD, sono state messe in atto delle strategie che mantenessero vivi gli obiettivi formativi e modificassero le modalità di erogazione della didattica. La sfida è consistita nel non limitare l’interazione tra insegnati e alunnə a una mera assegnazione di compiti e deposito di file, ma di rendere l’utilizzo dei canali digitali (videoconferenze, video lezioni e chat di gruppo) uno strumento al servizio dell’azione educativa, intesa nel senso di “guidare”, “sviluppare” e “condurre” allo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali di una persona[3]. In questo articolo ragioniamo sulle novità che hanno portato la didattica a distanza (DaD) per alunnə, insegnanti e genitori.

DaD: dal passato al presente

A pensarci bene, l’insegnamento non in presenza non è spuntato come un fungo nella nostra quotidianità. Non veniva chiamato DaD o e-learning o teledidattica, ma gli antecedenti della didattica a distanza risalgono alla fine dell’Ottocento. In quegli anni, infatti, in Europa iniziavano a diffondersi i corsi per corrispondenza, mirati a ridurre il tasso di analfabetismo e che consistevano nell’invio per posta (e poi successivamente per FAX) di materiale cartaceo di studio da parte dei docenti e di verifica da parte dei discenti[6]. Verso gli anni ’30, ’40 del Novecento, con la radio la diffusione di informazioni diventa sempre più ampia e immediata e ha la capacità di arrivare a tutti, non solo ai pochi privilegiati. Negli anni ’60 in Italia iniziano ad affermarsi programmi televisivi educativi, primo fra tutti “Non è mai troppo tardi”, un programma prodotto dalla Rai in collaborazione con il ministero della pubblica istruzione che aveva il fine di insegnare lettura e scrittura agli italiani fuori età scolare ancora totalmente o parzialmente analfabeti. Un altro strumento fondamentale sono state le videocassette con lezioni registrate, che negli anni ’80 permettevano di usufruire del materiale didattico in qualsiasi momento. Tutte queste forme di istruzione rientrano nella categoria FAD (formazione a distanza) che potremmo definire un parente stretto della nostra DaD[4].

Le potenzialità e i limiti della DaD

La differenza sostanziale tra la formazione a distanza del ‘900 e la didattica del 2020 sta nell’approccio al destinatario dell’istruzione. La FaD è formata da contenuti uguali per tutti e ha come obiettivo il miglioramento del livello culturale; spesso i docenti non conoscono i destinatari dei loro insegnamenti, per questo è impossibile lo sviluppo personalizzato delle potenzialità del singolo[3]. Mentre, la DaD è parte della pedagogia, dunque ha per oggetto non solo le conoscenze ma anche i metodi a esse legati, tenendo conto dello sviluppo individuale dei discenti.

Alla DaD, inoltre, è legato indissolubilmente il concetto di “digitale”. Essa esiste e sopravvive tramite i computer, la rete internet, le piattaforme di storage, le chat, ecc. Questi strumenti rientrano nella categoria “TIC” (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e sono i processi e gli strumenti, necessari a produrre, trasmettere ed elaborare informazioni in campo digitale. Se da un lato l’utilizzo delle TIC ha permesso l’abbattimento di un’ invisibile barriera spaziale che si è posta tra insegnanti e alunni, dall’altro ha portato con sé diverse necessità che talvolta sono state anch’esse barriere. Ad esempio, il bisogno di avere una rete internet a disposizione (non così scontato per tanti alunnə) e l’urgenza di acquisire competenze digitali (non così facile per tanti insegnanti delle vecchie generazioni). La mancanza di dispositivi o di competenze ha creato un divario digitale da qualcosa che aveva l’obiettivo esattamente opposto.

Punti di vista: docenti e alunni

Oltre all’inserimento del digitale, quale è stato l’altro grande tema associato alla didattica a distanza? Per molti l’interazione.

Il confronto, la socializzazione, la relazione tra insegnanti e alunnə sono alla base della motivazione all’apprendimento. Non si tratta solo di fornire i contenuti, ma anche di trasmetterli e riceverli in maniera attiva da entrambe le parti[1]. Alla luce di ciò, ai docenti viene implicitamente chiesto di rendere la lezione coinvolgente e interattiva in modo da compensare un possibile calo dell’attenzione causato dal cambiamento dell’ambiente di apprendimento. Si rende necessario, dunque il passaggio da una partecipazione semi-passiva, qual è quella di una lezione frontale, a una partecipazione più attiva e interattiva. Per fare ciò i docenti hanno dovuto modificare il focus delle proprie lezioni, mettendo i contenuti al pari del metodo e del tipo di comunicazione utilizzata. La DaD ha imposto una riorganizzazione non solo dell’ambiente educativo, ma anche della relazione educativa, ovvero quella tra insegnanti e alunnə[3]. Per farlo molti hanno incremento l’utilizzo e la condivisione di testi scritti, immagini, video e audio che risultano più accattivanti per l’attenzione, mettendo in atto l’educazione di stampo Socratico, che intende il docente non trasmettitore ma facilitatore di conoscenza, anche attraverso la partecipazione e l’interazione uno a uno. 

Anche agli alunnə è stato richiesto un elevato livello di adattamento. Il passaggio da un sistema formale e controllato a uno estremamente familiare può aver avuto un qualche impatto sulla motivazione all’apprendimento. Per questo, oltre a un presupposto di trasparenza, agli alunni è stato consigliato di creare una routine che mantenesse alto l’impegno e il coinvolgimento[5]. Banalmente, la creazione di un ambiente di lavoro distinto da quello dello svago, l’impiego di un programma ben stabilito di tempi e compiti per favorire la distinzione mentale tra casa e scuola, il mantenimento di determinate abitudini legate al vivere scolastico (come la ricreazione) e l’elaborazione di un nuovo metodo di studio: tutti elementi che possono rendere il momento di apprendimento un luogo rassicurante in momento storico che notoriamente non lo è.

Sia per docenti che per discenti, inoltre, è venuta a mancare la componente di socializzazione. A scuola, infatti si imparano anche le regole, le competenze e i valori del vivere sociale, e si crea o si amplia la propria rete amicale, fondamentale per la creazione di uno spazio interpersonale di crescita e conoscenza.

L’altra faccia della medaglia

La DaD porta con sé anche potenzialità difficili da notare a prima vista. Il dover lavorare maggiormente in autonomia ha reso molti studenti consapevoli delle proprie capacità o dei propri limiti, dunque, ha aumentato l’autoconsapevolezza, favorito la crescita personale, l’autostima e la fiducia in sé stessi [1]. Una recente ricerca dell’università di Bologna ha evidenziato i punti di forza e di debolezza della DaD, analizzati tramite un questionario somministrato a 16.000 insegnanti, da questo è emerso un miglioramento nell’impegno e nella partecipazione degli studenti connesso non solo all’aumentato senso di responsabilizzazione, ma anche a una migliore gestione delle relazioni tra alunni, insegnanti e genitori che sono andati a tendere verso l’aiuto reciproco e il lavoro di squadra[1].

Inoltre, questa modalità ha in qualche modo favorito gli studenti con DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) che sono avvantaggiati dall’utilizzo di materiale visivo. Creare schemi, sottolineare le parole chiave, essere meno distratti da suoni circostanti e poter visualizzare il materiale in una modalità differente da quella scritta è uno strumento molto utile per la comprensione e la memorizzazione nel caso di DSA[2]

Non intendiamo, dunque, di certo criticare una reazione a una situazione di necessità, che è da ritenersi, anzi, lodevole. La revisione della didattica, oltre a favorire l’adattabilità al cambiamento, ha evidenziato l’importanza del digitale e di tutte le possibilità a esso connesse; ha sviluppato un’idea di scuola non più connessa all’edificio scolastico ma alla comunità scolastica; e ci ha ricordato che imparare significa anche arricchirsi e crescere. Ci auguriamo che questi risvolti positivi di quella che inizialmente è stata vista come una difficoltà possano essere integrati alla didattica quando essa tornerà in presenza.

Irene Gigante

Bibliografia

  1. Batini, Federico, et al. “Un modello di analisi delle domande aperte nell’indagine nazionale SIRD sulla didattica a distanza durante l’emergenza Covid-19.” (2020): 47-71.
  2. Cornoldi, Cesare, et al. “Il primo strumento compensativo per un alunno con dislessia: un efficiente metodo di studio.” Giornale Italiano di ricerca e clinica applicativa: Dislessia 7.1 (2010): 77-87.
  3. Galdieri, Michela. “Flessibilità e adattamento al cambiamento nella trasposizione didattica a distanza.” Education Sciences & Society-Open Access 11.1 (2020).
  4. https://id.accademiadellacrusca.org/articoli/didattica-a-distanza-dad/1496
  5. Palareti, Francesca. “Didattica a distanza: strumenti e criticità.” Bibelot: notizie dalle biblioteche toscane 26.1 (2020).
  6. https://vittoriomaddammaformazione.wordpress.com/2021/01/13/la-formazione-a-distanza-tra-storia-e-prospettive/

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