SARÒ UN GENITORE CAPACE? L’autoefficacia genitoriale nel peripartum

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Il periodo che intercorre tra la gravidanza e il primo anno di vita dellǝ bambinǝ non sempre coincide con un periodo sereno; ne abbiamo parlato in un articolo riguardante le emozioni nel peripartum. L’adultǝ che si prepara a diventare genitore è coinvoltǝ in una serie di cambiamenti, in parte dovuti alle modifiche della propria routine e delle proprie abitudini. Tali aspetti, talvolta, possono risultare stressanti sia per il futuro genitore, sia per chi si appresta a diventarlo per la seconda volta [1].

Il concetto di autoefficacia coinvolge, infatti, tutti i genitori e chiunque accudisca, in prima persona, un bambino o una bambina. Di autoefficacia avevamo già parlato in un precedente articolo, ma che cos’è l’autoefficacia genitoriale?

Jones e Prinz la definiscono [2]:

“L’aspettativa che i caregiver* hanno nei confronti delle proprie capacità di agire con successo come genitori”

*espressione inglese che indica chi si prende cura di qualcunǝ.

Interrogarsi sulle proprie competenze genitoriali è davvero frequente. Qualsiasi nuovo compito o ruolo che ci troviamo a svolgere per la prima volta porta con sé una serie di abilità da acquisire o da rivedere. Alcune sono immediate, ma altre richiedono fatica e possono mettere a dura prova il soggetto.

“Quando nasce un bambino, nasce anche una madre” [3]

(“e anche un padre” aggiungiamo noi). Così scrivevano Daniel Stern e Nadia Bruschweiler-Ster nel loro libro dedicato ai cambiamenti che accompagnano l’esperienza della maternità, sostenendo che per imparare ad essere un genitore non esistono guide o suggerimenti sufficientemente esaustivi, ma è necessario cimentarsi direttamente nel ruolo, attraverso i compiti e le sfide che esso comporta. Pertanto, è comprensibile che gli interrogativi rispetto alle nuove competenze genitoriali siano molteplici e che il timore di fallire sia elevato.

Cosa ci dicono gli studi che si sono incentrati sull’autoefficacia genitoriale?

È stato dimostrato che madri che si percepiscono più competenti interagiscono di più con i proprз bambinз rispetto a quanto facciano madri che si sentono poco competenti. Le prime mostrano una comunicazione visiva e verbale adeguata per l’età dellə bambinə, un contatto fisico e un’espressività emotiva qualitativamente migliori; inoltre, sembrano comprendere meglio le richieste dellə propriə bambinə, sapendovi rispondere in modo adeguato. Sembrerebbe, inoltre, che lз loro bambinз siano maggiormente propensз a segnalare esplicitamente i propri bisogni. Altri studi si sono focalizzati, invece, sulla figura paterna, trovando che padri che si percepiscono più competenti, mostrano un comportamento più caloroso nei confronti dellз figlз, sono più affettuosi, e comunicano maggiormente con lз propriз figliз. Tutti questi aspetti incidono positivamente sul funzionamento adattivo dellə minore, diminuendo la probabilità che questo/a ultimo/a sviluppi problemi comportamentali[4].

Viene da sé, (ma ne abbiamo anche un’evidenza scientifica), che genitori con più esperienza, se confrontati con neo genitori, si percepiscano più competenti. Ciò è dovuto, presumibilmente, al fatto che sanno già cosa aspettarsi e si sentono, di conseguenza, più pronti ad affrontare le sfide della genitorialità. Tale consapevolezza può garantire loro un senso di “riuscita” che li rende a loro volta più sicuri e pronti, innescando così un circolo virtuoso.

Come si misura l’autoefficacia genitoriale?

Essendo una valutazione autoriferita, per misurarla si utilizzano i cosiddetti strumenti self-report: solitamente questionari che vengono compilati dal genitore. Essa può essere misurata in qualsiasi tappa dello sviluppo del ruolo genitoriale, a partire dal periodo della gravidanza. Infatti, è in questo periodo che il futuro genitore inizia a strutturare, più o meno consapevolmente, le cosiddette “rappresentazioni di sé come genitore”, ovvero idee autoriferite che comprendono valutazioni e giudizi.

Viene da chiedersi: il valore che un genitore si attribuisce può influire sui comportamenti che metterà in atto con lə propriə bambinə?

Gli studi lo confermano: sentirsi capaci è la chiave per esserlo. Di certo non è una funzione matematica perfetta: a volte le nostre percezioni possono essere erronee e possiamo sottostimare le nostre competenze, ma anche sovrastimarle. Porsi in una posizione intermedia, in cui si riconoscono le proprie capacità, ma si rimane disponibili a rivedere i propri comportamenti può essere una strategia utile.

Quando si parla di “competenze genitoriali nei primi mesi di vita” a quali abilità ci stiamo riferendo?

Vari studiosз hanno cercato di dare una definizione più specifica di autoefficacia genitoriale. Alcunз sostengono che il sentirsi capaci coincida con una valutazione generale che un genitore ha di sé (“nel complesso sono un bravo genitore”). Altri invece, sostengono che sia più corretto analizzare le valutazioni relative a specifici compiti, come “so dar da mangiare al bambino”, “riesco a farlo addormentare” e così via…  La maggior parte dellз ricercatorз sono d’accordo con quest’ultima ipotesi, ritenendo che saranno le valutazioni legate a compiti specifici a strutturare la valutazione generale che un genitore ha di sé. Se mi sento competente nella maggior parte dei compiti, allora mi sentirò un genitore capace.

È ragionevole pensare ad interventi che mirano ad aumentare l’autoefficacia?

Negli USA sono stati introdotti programmi di intervento per incrementare le abilità genitoriali nei comportamenti di cura, specialmente per bambini con bisognз speciali [5]. Gli interventi che si sono focalizzati sull’aumento dell’autoefficacia genitoriale sono risultati particolarmente efficaci [5]. Questo ci suggerisce che lavorare sulle percezioni del genitore può davvero fare la differenza nello sviluppo del nuovo ruolo e, di conseguenza, nello sviluppo della relazione tra il genitore e lə propriə bambinə.

Valutare quanto un genitore si percepisca efficace può offrire una prospettiva più chiara delle difficoltà che l’adulto sta incontrando o che incontrerà, consentendo a lui o a lei di vivere il proprio ruolo con maggiore serenità.

Beatrice Moretti

Bibliografia

[1] Forster, D. A., McLachlan, H. L., Rayner, J., Yelland, J., Gold, L., & Rayner, S. (2008). The early postnatal period: exploring women’s views, expectations and experiences of care using focus groups in Victoria, Australia. BMC Pregnancy and Childbirth, 8(1), 27.

[2] Jones, T. L., & Prinz, R. J. (2005). Potential roles of parental self-efficacy in parent and child adjustment: A review. Clinical Psychology Review, 25(3), 341–363. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2004.12.004.

[3] Stern, D., & Bruschweiler-Stern, N. (2017). Nascita di una madre. Edizioni Mondadori.

[4] Shim, S. Y., & Lim, S. A. (2019). Paternal Self-efficacy, Fathering, and Children’s Behavioral Problems in Korea. Journal of Child and Family Studies, 1–9.

[5] Mirza, M., Krischer, A., Stolley, M., Magaña, S., & Martin, M. (2018). Review of parental activation interventions for parents of children with special health care needs. Child: Care, Health and Development, 44(3), 401–426.

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